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Diario | la nostra storia | politica e zen |
 
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11 novembre 2006

Colloquio in carcere tra Sofri, Gaber e Valcarenghi (parte 4 – la rivoluzione)

 
a cura di Antonio Priolo (Re nudo, marzo 2001)

 

[…continua da parte 3 – il grande fratello]


Giorgio
Gaber: Ma tu hai pensato veramente che si facesse la rivoluzione? Adriano Sofri: È difficile dire; c’è una cosa che scrivevo l’altro giorno a Guido Viale. A quell’epoca noi non avremmo potuto discutere una domanda come quella che stai ponendo adesso tu, era una specie di tabù perché non l’avremmo discussa tra noi e noi, cioè avremmo represso dentro di noi il dubbio che non si dovesse fare la rivoluzione. Questa era la premessa, dopo di cui veniva il decalogo dei comandamenti. Ciascuno, ancora di più noi che eravamo i cosiddetti leader, io poi ero uno di una sicurezza straordinaria, ero l’incarnazione fisica e simbolica della rassicurazione data ad altri ma naturalmente dentro di me sentivo fortissimo questo peso ottundente della responsabilità e naturalmente del dubbio, cercava di essere all’altezza del ruolo, ma anche che la cosa fosse all’altezza di se stessa. Dicevo che Guido Viale mi ha mandato una cosa da leggere, lui è sempre molto intelligente, uno dei più bravi e poi gli voglio molto bene, una sorta di memoria di tutta la sua vita, bella: mi è tornato in mente che una delle rarissime volte, ma anche con Mauro Rostagno una volta successe (erano poche le persone con cui poteva succedere allora), che una notte alla fine di chissà quale impegno di questi che ci tenevano a fare gli straordinari (la nostra vita era un unico straordinario), eravamo rimasti, non so perché se per qualche macchina che ci aveva dimenticati o benzina che non c’era, seduti sul bordo di un marciapiede sfiniti, io e lui. Un po’ prima dell’alba, in una città vuota, mi ricordo che, non so per iniziativa di chi, credo mia, quella volta esplicitamente noi ci siamo detti: ma può succedere veramente questa cosa? Dopo non siamo andati molto avanti, però la cosa era stata detta, il seme della dissoluzione era stato non gettato ma era caduto li.

Giorgio Gaber: lo ho sempre avuto un’idea diversa, io non ho mai pensato alla rivoluzione, ho sempre pensato ad una rivoluzione culturale, questo mi aveva affascinato di voi, essendo un po’ più grande, io mi ero accostato e voi eravate già partiti. La cosa che più mi aveva affascinato era l’atteggiamento mentale diverso rispetto al resto e quindi pensavo che questo avrebbe cambiato le cose.

Majid Valcarenghi: Però scusa, questo c’è stato: adesso è finito, però ha influenzato e modificato una generazione.

Adriano Sofri: Sì, però modificato non vuol dire la rivoluzione; la rivoluzione a cui noi pensavamo era accontentarci, postumamente, dei cambiamenti che ci sono stati e che spesso sono avvenuti nonostante noi. Per esempio i cambiamenti nella vita sessuale, nelle libertà: noi eravamo contemporaneamente molto più liberi della società in cui ci muovevamo, ma molto più pieni di pregiudizi di qualunque persona venuta da altre esperienze o arrivata dopo. Io sono contrario ad abbellire le cose, per esempio per quel che riguarda me, che ero pieno di pregiudizi, ma la cosa principale è che noi veramente pensavamo alla rivoluzione come ad una radicale conversione: quando noi diciamo l’”Uomo Nuovo”, come diceva peraltro mezzo socialismo internazionale usando un linguaggio tipicamente cristiano di rinascita, di rinnovamento, di conversione, cioè un mutamento radicale di sé, era una cosa in cui credevamo fortissimamente. Noi pensavamo davvero che il mondo, e noi stessi con lui, potessero essere rifatti da capo a fondo; e questa è una cosa tipica delle esperienze rivoluzionarie e di rinnovamento radicale che ciclicamente si sono presentate. Quando tu scopri che questa cosa non solo non succede ma rischia di provocare dei guai disastrosi, cioè che un’utopia così forte rischia di tramutarsi in una cosa violenta, totalitaria, in una sopraffazione, in una perdita di sé, il rischio è che tu tramuti in buon senso questa specie di ragionevolezza anti chirurgica che ti prende ad un certo punto, omeopatica, cauta, circospetta, perché sei un convalescente. Il rischio è che questa convalescenza, assolutamente salutare, necessaria, si tramuti a sua volta in un eccesso, in troppa grazia; e cioè che ci faccia accettare l’assurdità del mondo così com’è. Il mondo così com’è è assolutamente intollerabile, se tu ci pensi per due ore di seguito diventi matto, devi interrompere ogni cinque minuti, la fame nel mondo, i bambini, l’Africa, l’aids, le guerre: puoi prenderne solo un pezzetto e amministrarlo nella tua vita normale in questa parte del mondo perché altrimenti puoi solo darti fuoco oppure correre nudo con la dinamite intorno alla pancia contro un sottosegretario. Io temo che in questa convalescenza molti abbiano lasciato le penne, in un certo senso anch’io forse in una certa misura. 

Giorgio Gaber: Siamo guariti insomma...

Adriano Sofri: Siamo guariti a tal punto da diventare rassegnati apologeti; io voglio bene anche a quelli di bocca buona e i più facili, quelli più amaramente rassegnati a questo, persone così spaventate della chirurgia da non accettare di operarsi nemmeno quando non riescono più a muoversi. Quando tu descrivi il mondo, come hai cominciato a fare quasi per scherzo adesso qui, e lo descrivi facendo due passi di lato e vedendo a quale punto di assurdità, di iniquità, di violenza, di sofferenza è arrivata la macchina che nessuno più guida (perché tu puoi dire le multinazionali, puoi dire Clinton, puoi dire Bush, ma non [a guida nessuno), una macchina la cui inerzia è superiore a qualunque capacità non solo di controllo ma anche di comprensione, e contemporaneamente sai che se affronti questo problema, se dichiari in tutta la sua portata la malvagità e la perversione del mondo così come va, ti privi della possibilità di mettere un po’ di riparo alle cose che hai di fronte. Cioè sei rimesso di fronte all’eventualità della rivoluzione avendo scoperto che non funziona, che non ce la fa, perché questa forza d’inerzia della macchina che fa si che altri allegramente trascinati verso l’abisso proprio ma soprattutto altrui, è una forza d’inerzia superiore alla tua stessa capacità di guidarla da un’altra parte. Dunque una generazione come la nostra, la generazione dei viventi di oggi in questa misura spropositata, superiore, dicono, all’esistenza di tutte le generazioni precedenti (quando si fa il giudizio universale i vivi sono più di tutti i morti che sono venuti prima) non può porsi nei confronti del destino della terra, di sé stessa, degli altri animali se non il fine della riparazione. Cioè non può immaginarsi né soluzioni dei problemi, né ricreazioni, né rivoluzioni, mentre questo mondo, questa macchina, nel suo percorso centrale ha trovato la propria parola d’ordine invincibile e trionfale nella “rottamazione”. La rottamazione è esattamente il contrario, tu pigli e butti via, aumenti la discarica che si sta ingrandendo e mangiando quella parte che non è di discarica, a scapito della riparazione. Io sono uno, alla mia età, che ha memoria e immediatamente nostalgia per il calzolaio che risuola le scarpe, della vecchia automobile (io non ho mai avuto la patente) scassata e riparata con i pezzi di ricambio trovati dallo sfasciacarrozze. Leggevo oggi sul “Sole 24 ore” (non perdo niente qua dentro, non ho più la cultura ma ho una quantità di notizie vertiginosa, chiuso in quella cella) le notizie sulle vendite di automobili in Italia, che ha superato tutti i record nell’anno trascorso; è abbastanza impressionante ma il mercato dell’usato è ormai ridotto al lumicino e tutti quanti comprano auto nuove: e c’è una crescita di cilindrata, di velocità, poi tutti fermi per 130 chilometri. Io con le auto non ho avuto bisogno di pentimenti perché non ho mai cominciato la carriera, ero felicissimo quando noi bloccavamo la carriera. Questa è la cosa: un mondo assolutamente pieno dalla nostra parte; noi abbiamo la caduta demografica ma quello è un criterio assolutamente sbagliato per valutare il rapporto fra esseri e spazi a loro destinati. Noi abbiamo un incremento di automobili che è la vera natura della nostra longevità e caduta di natalità; abbiamo due automobili a testa, ferme, che occupano spazio, e contemporaneamente cessiamo di riparare l’automobile precedente anche se è ancora nuova e può andare per altri 300.000 chilometri, troviamo tutti gli argomenti, gli sconti favorevoli alla rottamazione e all’acquisto di nuove auto.

Giorgio Gaber: Quindi la “rottamazione” in 12 contrapposizione alla “riparazione”.

Adriano Sofri: Secondo me sono i due criteri opposti della vita di ciascuno di noi; naturalmente si applica anche a noi, che possiamo personalmente essere rottamati (come succede ad una grandissima parte della popolazione umana mondiale) cioè buttati via, calpestati, ridotti ad un pacchettino perché non ingombri e sostituito da un altro. Per esempio la tecnica dei trapianti: è promettente, non me la sento di prendermela con gli studi sul genoma che permetteranno di superare le malattie genetiche (ho delle persone care che potrebbero essere curate con queste cose qui; il papa se gli dicono che con le cellule embrionali del nostro fratello surgelato si potrebbe risolvere il Parkinson pensi che non ci penserebbe? Io ci penso per lui). Dunque la rottamazione è il criterio vincente di una società che sa benissimo che moltiplicare per il numero dei cinesi l’esistenza di automobili, ferme in parcheggio o ferme in coda, significa immediatamente la fine del mondo. In Cina, che forse sono un miliardo e trecento milioni, ma forse di più, come dicono altri, perché non si fa il censimento da tempo e perché da tempo è del tutto occultata la presenza di neonati per via di questa tassa anti crescita demografica, da una decina di anni a questa parte hanno cominciato ad essere applicati nei centri metropolitani i divieti alla circolazione delle biciclette perché intralciano il traffico automobilistico. Questo per dire che questa assurdità o la guardi in faccia e allora puoi solo ritirarti, impazzire, morire, diventare santo, qualunque cosa, fare come te un concerto dei tuoi, sostanzialmente diventare matto, oppure non la guardi in faccia e fai il tuo pezzo di cosa, ripari il tuo pezzetto di cosa.

Giorgio Gaber: Ti aggiusti.

Adriano Sofri: Ti aggiusti, salvi la vita di quello, adotti quell’altro, disinfetti le ferite. Secondo me il problema della rivoluzione era questo. Per questo io penso che siamo stati l’ultima generazione, tra l’altro attardata, che ha potuto desiderare la rivoluzione, e immaginarsi il cambiamento in forma di rivoluzione.

Giorgio Gaber: Scusa se torno su questo argomento, ma tu non ha la sensazione che il Movimento parta non legato alla rivoluzione marxista, ma parta abbastanza spontaneamente antiautoritaristico, anticonsumistico e poi diventi decisamente di sinistra?

Adriano Sofri: Essere di sinistra allora era abbastanza automatico, ma è ovvio che non eri marxista.

Giorgio Gaber: Ma il tuo comunismo da dove viene?

Adriano Sofri: Qui le storie erano diverse. Il mio comunismo non era male. Ero anti-stalinista dall’infanzia per una specie di merito familiare.

Giorgio Gaber: Non intendevo chiederti questo. Tu sei in quell’epoca del rifiuto. Questo rifiuto è immediatamente politico oppure passa attraverso un rifiuto più generico che poi diventa politico?

Adriano Sofri: Sicuramente. La politicizzazione nel senso in cui parli tu è stata una cosa progressivamente imposta a questo Movimento che ha finito per soffocarlo. Siamo stati stupidi, abbiamo accettato di irrigidire sempre di più questa cosa con una dinamica abbastanza usuale che non ci faceva migliori di altri. Accettando come inevitabili i condizionamenti esterni, cioè che il nemico, invece di essere semplicemente un nemico con cui poter confrontare modelli diversi dell’esistenza umana e di organizzazione sociale, ammazzava la gente, e quindi bisognava essere in grado di contrastare un nemico che metteva una bomba a Piazza Fontana. E però era un alibi anche questo, solo che noi non lo sapevamo; eravamo stupidi, limitati.

Giorgio Gaber: Vietnam, Piazza Fontana, queste cose hanno portato verso quella parte. Io stavo pensando se questo Movimento non avesse ricevuto un condizionamento di tipo vecchio. Nasce con l’idea di un rifiuto.

Adriano Sofri: a differenza che oggi, per i più interessanti ragazzi di oggi, nasce da una voglia di rivolgimento, di rifiuto dell’ingiustizia, di rifiuto della mancanza di libertà. Secondo me erano due le cose: la fame nel mondo, l’intollerabilità di questo dolore, e la voglia di libertà. C’era questa volontà d’identificazione con il molto distante, con gli antipodi, e anche questo aveva i suoi pregi, ma alla lunga il suo grande difetto, la perdita di vicinanza, di carità per il prossimo, per quello vicino a te. A me pare che i ragazzi più interessanti di oggi abbiano invece fin dall’inizio questa specie di delimitazione del loro orizzonte verso il prossimo, che è quello del sapere di chi ti stai prendendo cura, e chi si sta prendendo cura di te.

[continua…]


PER APPROFONDIRE:
Libri di Adriano Sofri
CD di Giorgio Gaber
Libri di Majid Valcarenghi

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permalink | inviato da il 11/11/2006 alle 19:32 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
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