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25 novembre 2006

Convivenza civile – l’Islam è tra noi, ma noi saremo altrove

 

di Piero Verni (Re nudo, marzo 2001)


Le sabbie mobili delle differenze culturali e religiose non dovrebbero spaventare uno stato che si dice laico e liberale, in cui la tradizione deve poter convivere con le libertà individuali e le conquiste civili dei diritti umani. Non e` l’islam a far paura, ma il condizionamento culturale che lega ciascuno di noi ad un passato da dimenticare

Non ci va piano la Lega ad agitare lo spettro dell’invasione islamica presso un’opinione pubblica sempre più allarmata dall’arrivo in Italia di centinaia di migliaia di immigrati musulmani e dalla conversione all’Islam di un crescente numero di nostri connazionali. Nel corso di una manifestazione tenutasi a Lodi il 16 ottobre scorso per iniziativa della locale sezione leghista (e con l’adesione di tutto il centrodestra lodigiano), gli oltre quattromila manifestanti innalzavano cartelli su cui campeggiavano slogan come “No all’invasione islamica in Padania”, “Societa` multirazziale? No grazie”, “L’Europa è cristiana e tale deve rimanere”. In testa al folto corteo faceva bella mostra di sé un lungo striscione che sintetizzava le ragioni della protesta: “No alla moschea”. Infatti il pretesto per la mobilitazione del “popolo padano” era l’intenzione della Giunta comunale di concedere gratuitamente un terreno di proprietà del Comune per la costruzione di una moschea.  Sarebbe però un errore prendere sottogamba quella manifestazione liquidandola sbrigativamente come un isolato episodio di folclore prepolitico. Il disagio per una presenza sempre più evidente della religione islamica in Italia attraversa segmenti importanti del tessuto sociale del nostro Paese ed accomuna donne e uomini molto diversi tra loro in quanto a ceto sociale, provenienza politica, condizione economica ed età. Non è un caso infatti che, sia pure con uno stile un poco meno virulento di quello leghista, allarmi contro il diffondersi della “febbre islamica” siano venuti anche da esponenti non secondari del clero cattolico e qualcuno (se non mi sbaglio il cardinale Biffi) ha anche proposto di privilegiare gli immigrati cattolici rispetto a quelli di tradizione musulmana.

la rivincita dell’Islam

Siamo dunque alla vigilia di un’epocale rivincita dell’Islam nei confronti dell’Occidente cristiano? Stiamo vivendo una sorta di strisciante e incruenta Lepanto di segno contrario? Ci sono nel nostro destino orizzonti velati dai sinuosi profili dei minareti? Secondo un buon numero di italiani, questi sono scenari probabili e non proprio desiderati. All’interno del più ampio problema dell’immigrazione, la diffusione dell’Islam viene spesso vissuta come una delle principali emergenze del nostro malandato Paese.  In un’intervista pubblicata sul quotidiano La Padania, il Segretario nazionale della Lega Lombarda Roberto Calderoli ha affermato: «Quando ci raccontano balle sull’accoglienza indiscriminata, ricordiamo che il capo religioso della comunita` islamica di Torino ha dichiarato che grazie alle nostre leggi ora ci invadono e sempre grazie alle nostre leggi domani ci domineranno». E il leader maximo della lega, Umberto Bossi, pur prendendo qualche distanza dal corteo di Lodi, dice all’Ansa: «E` stata una piccola manifestazione e io non l’avrei neppure fatta in quel modo», «Adesso si creano colonie interne di tipo musulmano. Siamo davanti a un nuovo colonialismo: un tempo furono gli occidentali a farlo, ora sono i musulmani a farlo a casa nostra». Forse queste posizioni così estreme continuano ad essere minoritarie ma è indubbio che in aree che vanno ben al di la` del bacino elettorale leghista (e forse di quello dell’intero centrodestra), l’idea che l’Islam sia una religione intollerante, integrista e prevaricatrice è molto diffusa. Certo le notizie che giungono da alcune nazioni islamiche, Arabia Saudita, Iran, Algeria, Afghanistan, Sudan, ad esempio, rafforzano questa convinzione, e anche dichiarazioni roboanti di alcuni esponenti della comunità islamica in Italia non servono a tranquillizzare gli animi.


in guardia contro i fondamentalismi

Non avrà, ad esempio, creato molta simpatia per la religione di cui Maometto è il massimo profeta la seguente notizia riportata da un lettore de La Padania e pubblicata dal quotidiano nella rubrica delle lettere: «A Londra un musulmano di 56 anni ha sgozzato sacrificalmente la figlia sedicenne perché era passata con i testimoni di Geova e si rifiutava di recitare le preghiere islamiche».  E anche non mi pare destinata a trovare particolari consensi tra la nostra popolazione la richiesta di alcune donne islamiche di poter indossare il velo anche sulla fotografia dei documenti di identitaà rilasciati dallo Stato italiano. E non basta. Anche una docente di indubbia levatura culturale come l’antropologa Ida Magli mette in guardia sui potenziali pericoli rappresentati dall’Islam. Sempre sulla Padania, nel corso di un’intervista che non mi risulta essere stata smentita (ove lo fosse stata me ne scuso in anticipo; ho tentato di raggiungere telefonicamente la professoressa – con cui ebbi il piacere di sostenere un esame di antropologia culturale qualche secolo fa – ma non ci sono riuscito) la signora Magli dice testualmente: «In qualsiasi Paese del mondo, l’islamismo è incompatibile con gli altri gruppi che abitano il territorio. Non capisco perché il nostro Paese debba fare eccezione, come se bastasse essere ‘buoni’ per poter eliminare le abissali distanze storiche e culturali che ci dividono dal mondo musulmano. Ognuno ha diritto a difendere la propria cultura e non bisogna aver paura delle futili accuse di razzismo. Il vero razzismo è quello di colui che vende la propria patria».  Ecco dunque timori e paure, di cui la Lega si fa portatrice in maniera un po’ brutale e folclorica, espresse in buon e convincente italiano. Però è altrettanto buono e convincente l’italiano di un altro professore, Gabriele Mandel, che offre alle nostre riflessioni una ben altra immagine dell’Islam.


il vero Islam

«Non è scritto da nessuna parte che i musulmani debbano essere degli integralisti. Anzi, il Corano dice proprio il contrario», mi spiega il professor Mandel, Vicario generale (Kalyfa) della Confraternita (Tariqa) Jerrahi Halveti in Italia. Docente universitario, scrittore, psicologo, oltre che uomo di fede musulmana, Gabriele Mandel è stato uno dei primi autori a far conoscer l’Islam e il Sufismo (la sua corrente esoterica) in Italia.  «Nell’Islam c’è rispetto per tutti»,  si appassiona il professore, che mi ha concesso una lunga intervista nella sua casa di Milano. «Nel Corano c’è scritto che se un idolatra ti chiede asilo, tu lo devi accogliere, perché la fede, per i musulmani, è un dono di Dio. E Dio concede questo dono secondo i suoi imperscrutabili disegni. E noi esseri umani non possiamo interferire con il volere divino».  Parole bellissime e sagge, ma come conciliarle con i divieti, le proibizioni, le chiusure presenti nelle legislazioni di tanti Stati musulmani? «Guardi che il vero Islam non contempla la propaganda e il proselitismo religioso. L’Islam non ha nemmeno i missionari. Certo, nella storia è successo che popolazioni conquistate fossero convertite all’Islam con la forza, ma qui entriamo in un terreno politico e non religioso».  Il professore ha letteralmente anticipato una mia obiezione proprio in questo ambito. Infatti la storia della diffusione dell’Islam si è quasi sempre accompagnata, in India ad esempio, a violenze e massacri non da poco. «Poi — continua sempre Gabriele Mandel, — non si deve mai dimenticare che c’è un unico Corano ma esistono molteplici Islam... Come una sorta di mantello di Arlecchino. E` indubbio che il musulmano turco non è il musulmano saudita, e via dicendo».  E il Corano cosa dice nelle questioni fondamentali, per esempio riguardo al problema della tolleranza e dell’integralismo religioso? «Tenendo presente che non sussiste Islam senza Corano, vediamo che il Libro dice per ben tre volte che chiunque, uomo o donna che sia, mazdeo, cristiano, chiunque creda in Dio nel giorno ultimo, nell’al di la`, avrà il Paradiso. Mi creda, integralismo, in ambito musulmano, vuol dire mancanza di Islam, non eccesso». Vuol dire che c’è una cattiva interpretazione del Corano? »Esattamente... Una cattiva interpretazione del verbo coranico. Poi dobbiamo tener presente che non esiste solo l’integralismo musulmano. Ci sono integralismi di ogni genere, religiosi e non. L’integralismo, dicevo, è anche una forma particolare di devianza psichica, oltre che di ignoranza e di disinformazione. Poi ci si mette di mezzo la politica, che rende tutto più complesso». Quindi, secondo il professor Mandel, l’orizzonte che abbiamo di fronte è meno fosco di quanto non si creda. C’è sempre però il problema di quella diversità con l’Occidente di cui parla Ida Magli. E che diversità. Basti pensare al ruolo della donna e all’impatto, anche solo estetico, che il chador e tutte le numerose forme di velo islamico producono in una societaà laica e moderna. Per quanto si possa essere aperti ad una visione del mondo musulmano non provinciale e ristretta, vedere “l’altra metà del cielo” infagottata, nascosta, impacciata da questo diaframma imposto da una consuetudine religiosa, fa un certo effetto. Colpisce nei paesi islamici, figuriamoci qui da noi.  «Anche a proposito del velo — continua Gabriele Mandel, — il discorso è complesso. Intanto esistono, come ho già fatto notare, notevoli differenze tra le diverse nazioni islamiche. E poi, ancora una volta, dobbiamo tornare al Corano, dove non c’è scritto che la donna debba portare il velo ma solo che “deve indossare il mantello per coprire il petto”. La frase è semplice e potrebbe prestarsi, anzi si è prestata, a molteplici interpretazioni. Comunque in numerosi casi sono le stesse donne a rivendicare con orgoglio il velo che sentono come segno della loro identità culturale. In Iran ad esempio, è il simbolo della rivoluzionaria».

dietro al velo

Tutto vero, ma questa idea che la donna non debba poter mostrare il suo volto al pari dell’uomo continua a risultarmi poco gradita. E non lo è nemmeno per Carlo Monguzzi, Consigliere regionale lombardo eletto nei Verdi. «E` terribile vedere queste donne nascoste dietro il velo. Però è un aspetto della cultura islamica con la quale dobbiamo fare i conti. E questi conti non torneranno mai se non saremo consapevoli che si tratta di terreni scivolosi su cui è difficile camminare. Ci vogliono buon senso, tolleranza reciproca e molta pazienza dal momento che non ci sono ricette valide una volta per tutte».  Quello del velo è un esempio importante, una sorta di paradigma delle difficoltà che incontra l’Islam ad integrarsi nelle società occidentali. Potrà sembrare una questione superficiale, ma non è così. Anni or sono la Francia, dove risiede una comunità islamica molto più numerosa di quella italiana, fu lacerata da polemiche virulente in seguito alla richiesta del padre di una ragazza di mandare la figlia a scuola con il velo. L’opinione pubblica si divise tra coloro che ritenevano inammissibile che in una classe della scuola di Stato un’alunna non potesse mostrare liberamente il suo volto, e quanti sostenevano che non si poteva intervenire nelle faccende interne di una tradizione.  «Come ti dicevo prima, — continua Monguzzi parlando di questo argomento — ci muoviamo su delle sabbie mobili. In linea di principio vorrei che ci fosse una legge che dice che una ragazza debba andare a scuola senza vergognarsi di mostrare il proprio volto. Ritengo un vero abominio l’idea che una donna non possa far vedere il viso. Però da un punto di vista pragmatico debbo aggiungere che con tutta probabilità una tale legge avrebbe come risultato che i genitori tradizionalisti non manderebbero le figlie a scuola. E così queste ragazze si troverebbero tagliate fuori dall’istruzione e da tutte le opportunità di crescita che questa comporta».  A casa e con il velo, insomma. Giustissimo. Però c’è da aggiungere che forse una proibizione del genere potrebbe anche aiutare a far venir fuori le contraddizioni di una cultura islamica oscurantista. «Forse, — continua Monguzzi — però ritengo più probabile un isolamento delle ragazze provenienti da famiglie molto legate alla tradizione musulmana. In termini molto semplici, il velo glielo puoi far togliere convincendoli, non obbligandoli, perché sarebbe come togliere con la forza ad una persona un pezzo della propria storia».  E quando un pezzo della propria storia porta il nome orribile di infibulazione, la mutilazione della clitoride e chiusura di parte delle labbra vaginali? Lo so che è una pratica che con l’Islam vero, come direbbe il professor Mandel, non ha nulla ha che fare, però in alcuni paesi musulmani dell’Africa p ancora molto diffusa, purtroppo. «Qui il discorso p diverso. Si tratta di una pratica barbara, che non solo deve essere vietata ma anche perseguita. In questo caso siamo in presenza di una violazione della legge italiana che protegge, per fortuna, i cittadini nella loro integrità fisica».


la Repubblica
o il Corano?

Ecco, qui sta forse il nocciolo del problema. Un musulmano, sia esso italiano o straniero, deve obbedire alle leggi dello Repubblica o a quelle del Corano? In una società che, grazie ad anni di lunghe e difficili battaglie civili, si è affrancata (almeno in parte) dalle prepotenze clericali della Chiesa cattolica, non si riaffacceranno, portate da una nuova concezione religiosa, islamica, tentazioni integriste? E su questo terreno, quello dei diritti della persona e della laicità dello Stato, non potrebbe esserci il rischio di una “santa alleanza” tra integralismi, sia pure di segno diverso?  «Ma quale visione clericale dello Stato! — si indigna il professor Mandel. — Vada in Turchia a vedere come può essere laica una nazione a maggioranza islamica. Ancora una volta devo ricordare che ci sono diversi modi di intendere l’Islam... quello della Turchia, e di altri stati simili, e quello, ad esempio, dell’Arabia Saudita».  Il discorso potrebbe continuare a lungo. Anzi è sicuramente destinato a continuare. Ci sono così tante cose da dire e ricordare. Ad esempio che il rapporto tra Islam ha radici antiche e non sempre si è trattato di radici sanguinose, come dimostra il fatto che il Canone di Avicenna è stato libro di testo nelle principali università mediche europee fino al 1640, come mi ha ricordato Gabriele Mandel.  Il problema è comunque complesso e il modo peggiore di affrontarlo è far finta che non esista. E` vero, infatti, quello che dice Carlo Monguzzi, che si cammina sulle sabbie mobili. Quindi tutti, musulmani e non, dovranno far ricorso al massimo possibile di pazienza, intelligenza, buon senso e tolleranza. Ed anche così si incontreranno difficoltà non da poco. L’alternativa è uno Stato di polizia e l’imbarbarimento della convivenza civile. E questo dovrebbe essere ben chiaro a tutti. In modo particolare ai fautori della cosiddetta “reciprocita`”. Se in alcuni Paesi musulmani ci si comporta in modo terribile dovremmo anche noi fare lo stesso? Abbandonare tutte le conquiste liberali che abbiamo faticosamente raggiunto? Questa sì che sarebbe una vera colonizzazione della nostra cultura. La peggiore delle colonizzazioni.




permalink | inviato da il 25/11/2006 alle 15:30 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
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