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28 novembre 2006

Senza direttive / Osho- Risposte dal vuoto


Di Osho (Re nudo, 52/2001)

 

Ciascuno di voi va bene così com'è.


Domanda: Perché non siamo mai soddisfatti di ciò che siamo e di ciò che l'esistenza ci ha dato? Siamo sempre in cerca di qualcosa di meglio da fare, vogliamo sempre essere migliori, convinti sempre che l'altro abbia più talenti di quanti ne abbiamo ricevuti noi. Proprio come recita il detto: "Nel giardino del vicino l'erba è sempre più verde". Come mai accade tutto ciò?


Osho
: Tutto ciò accade perché vi hanno portato fuori strada. Siete stati indirizzati a mete verso le quali la natura non intendeva che vi indirizzaste. Nessuno di voi sta sviluppando il proprio potenziale. Ciascuno di voi tenta di essere ciò che gli altri vogliono che egli sia - ma che non potrà mai realizzare. E poiché non ci riesce, la logica ti insegna: "Forse non è sufficiente, devi avere di più". E, desiderando avere di più, ti guardi intorno. Gli altri si presentano tutti con una maschera sorridente, con un aspetto felice - quindi tutti ingannano tutti. Anche tu ti presenti con una maschera, perciò gli altri pensano che tu sia più felice di loro. E tu pensi che gli altri siano più felici di te.

Nel giardino del vicino l'erba è sempre più verde. Ma questo detto vale per tutti. I tuoi vicini, al di là dalla siepe, vedono la tua erba più verde della loro. La tua erba sembra loro più verde e più folta e migliore della loro. È un'illusione creata dalla distanza. Se vi avvicinaste, vedreste che in realtà non è così. Ma ciascuno di voi tiene l'altro a distanza. Perfino gli amici, perfino gli innamorati mantengono le distanze tra loro: la troppa vicinanza potrebbe essere pericolosa, potreste vedere le vostre reciproche realtà.

Vi hanno portato fuori strada fin dall'inizio perciò, qualsiasi cosa facciate, permane in voi l'infelicità. La natura non ha contemplato il denaro come un bene per la vita dell'uomo, altrimenti i dollari crescerebbero sugli alberi. La natura non ha contemplato il denaro: è una pura invenzione dell'uomo - è utile, ma anche pericoloso. Incontri qualcuno che possiede molto denaro e pensi che il denaro porti con sé la gioia: guardi quella persona che ti sembra tanto gioiosa e anche tu rincorri il denaro. Incontri qualcuno che ha più salute di te - e rincorri la forma fisica perfetta. Incontri qualcuno che fa qualcos'altro e che ti sembra soddisfatto - e lo segui.

Si tratta sempre degli altri e la società ha fatto in modo che tu non contemplassi mai il tuo potenziale. Tutta la tua infelicità consiste nel fatto che non sei te stesso. Sii te stesso e in te non ci sarà più infelicità, né competitività, né preoccupazione di avere più di quanto hai o che gli altri abbiano qualcosa più di te.

Se vuoi che la tua erba sia più verde, non devi guardare nel giardino del vicino: puoi fare in modo che l'erba del tuo giardino diventi più verde. È tanto semplice fare in modo che l'erba del tuo giardino diventi più verde! Ma tu guardi continuamente altrove e tutti i prati del vicinato ti sembrano più belli del tuo.

Ogni uomo deve radicarsi nel proprio potenziale - qualunque esso sia - e nessuno dovrebbe dargli delle direttive, né guidarlo. Gli altri dovrebbero aiutarlo ad andare dovunque egli voglia andare, e a diventare qualsiasi cosa voglia diventare. Allora il mondo sarebbe tanto soddisfatto... incredibilmente appagato.

Fin dalla mia più tenera infanzia non ho mai provato alcuna sensazione di scontentezza, per il semplice motivo che non ho mai permesso a nessuno di distogliermi da ciò che stavo facendo o da ciò che tentavo di essere. Questo mi ha aiutato immensamente. È stato difficile e le difficoltà crescevano col passare del tempo e ora tutto il mondo mi è contro. Ma questo non mi disturba affatto. Mi sento felice, soddisfatto. Non riesco neppure a pensare che avrei potuto essere diverso da come sono. In qualsiasi altra posizione, sarei stato infelice.

Non ho una casa, non ho un luogo in cui vivere, non possiedo denaro. Tuttavia, ho qualcosa che mi fa sentire assolutamente appagato. Ho vissuto sviluppando il mio potenziale e neppure la morte riuscirà a sconvolgermi. Ho vissuto a modo mio. Anche se tutto il mondo mi fosse avverso - non mi darebbe alcun fastidio. La gente è disturbata anche dall'inimicizia di una sola persona. Io non riesco neppure a capire tutto questo fastidio!

Hasya mi diceva: «Maestro, presto non avremo più nazioni cui rivolgerci».

Le ho risposto: «Non importa. Prima finiamo di rivolgerci alle nazioni esistenti, poi troveremo qualcos'altro. Potremmo acquistare una grossa nave e vivere su quella». A Creta avevo detto alle autorità: «Se non mi permettete di vivere da nessuna parte sulla terra, dovrò acquistare un aereo e vivere su quello». Come risposta, si diedero da fare per impedirmi di atterrare in tutti gli aeroporti europei. Mi sto davvero godendo lo spettacolo di una persona sola e senza alcun potere - che però riesce a far andare fuori di testa tutti questi politici insignificanti! È bastato un solo accenno, per indurre immediatamente il Parlamento europeo a mettere sul tavolo la risoluzione - che verrà discussa e fatta passare tra poco - che mi impedisce di atterrare in tutti gli aeroporti europei.

Ma troveremo una via d'uscita... In Europa ci sono nazioni comuniste - la Jugoslavia, la Cecoslovacchia - potremo atterrare nei loro aeroporti. Non potranno impedirci di atterrare. Oppure potremmo acquistare una grande nave sulla quale salirebbero migliaia di sannyasin e potremmo vivere lì. Lasciate che facciano tutto ciò che possono - bombardare la nave o qualsiasi altra cosa vogliano fare - un fatto è certo: non riusciranno mai a darmi fastidio.

Nelle carceri americane hanno tentato di infastidirmi con metodi che avrebbero sconvolto chiunque. Mi svegliavano alle quattro del mattino; rendevano impossibile il sonno, ma per me non era un problema: io mi limitavo a stare sdraiato. Una volta, mi svegliarono alle quattro del mattino, dicendomi: «Si tenga pronto. Alle cinque arriverà il sergente che deve accompagnarla all'aeroporto». Per cui dovetti tenermi pronto e aspettare. Dalle cinque del mattino fino alle cinque della sera, restai seduto ad aspettare: il sergente si presentò solo alle cinque di sera.

Gli dissi: «Deve avere avuto qualche guaio - arriva con dodici ore di ritardo e abita a tre isolati da qui». Diventammo amici e tre giorni più tardi quel sergente mi rivelò: «Queste sono le tattiche usate per molestare i carcerati. La prego di perdonarmi. Sapevo che sarei venuto alle cinque di sera, ma ho comunicato che sarei arrivato alle cinque del mattino - così lei avrebbe dovuto stare seduto ad aspettarmi per tutto il giorno».

Obiettai: «Cosa c'era di tanto sconvolgente? Sarei stato comunque seduto per tutto il giorno... non avevo nient'altro da fare».

Il mondo è contrario a chiunque sia un individuo.

Il mondo è contrario a chiunque sia semplicemente se stesso.

La società vuole che voi siate dei robot e poiché avete accettato di esserlo siete nei guai. Voi non siete dei robot. La natura non aveva intenzione di fare di voi dei robot. Quindi, poiché non siete ciò che eravate destinati a essere, siete costantemente alla ricerca: «Cosa mi manca? Forse dovrei avere mobili più belli o tende più belle o una casa più bella o un marito migliore o una moglie migliore o un lavoro più qualificato. . .». Trascorrete tutta la vita in tentativi continui, correndo da un luogo all'altro. Ma la società vi ha distolti dall'essere voi stessi, fin dall'inizio.

Tutti i miei sforzi sono tesi a riportare ciascuno di voi al proprio vero essere: allora improvvisamente scoprirete che in voi non c'è più traccia di scontentezza o di follia. Non c'è bisogno che siate più di ciò che siete - andate bene così come siete. Ciascuno di voi va bene così com'è.


(Tratto dalla serie Beyond Enlightenment in "Oltre la psicologia", Osho, edito da Oshoba libri)

 

Per approfondire:

Libri di Osho

Sulle vicende qui accennate da Osho:

Majid Valcarenghi, Ida Porta, Operazione Socrate, Re nudo 2000




permalink | inviato da il 28/11/2006 alle 11:7 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa

25 novembre 2006

Convivenza civile – l’Islam è tra noi, ma noi saremo altrove

 

di Piero Verni (Re nudo, marzo 2001)


Le sabbie mobili delle differenze culturali e religiose non dovrebbero spaventare uno stato che si dice laico e liberale, in cui la tradizione deve poter convivere con le libertà individuali e le conquiste civili dei diritti umani. Non e` l’islam a far paura, ma il condizionamento culturale che lega ciascuno di noi ad un passato da dimenticare

Non ci va piano la Lega ad agitare lo spettro dell’invasione islamica presso un’opinione pubblica sempre più allarmata dall’arrivo in Italia di centinaia di migliaia di immigrati musulmani e dalla conversione all’Islam di un crescente numero di nostri connazionali. Nel corso di una manifestazione tenutasi a Lodi il 16 ottobre scorso per iniziativa della locale sezione leghista (e con l’adesione di tutto il centrodestra lodigiano), gli oltre quattromila manifestanti innalzavano cartelli su cui campeggiavano slogan come “No all’invasione islamica in Padania”, “Societa` multirazziale? No grazie”, “L’Europa è cristiana e tale deve rimanere”. In testa al folto corteo faceva bella mostra di sé un lungo striscione che sintetizzava le ragioni della protesta: “No alla moschea”. Infatti il pretesto per la mobilitazione del “popolo padano” era l’intenzione della Giunta comunale di concedere gratuitamente un terreno di proprietà del Comune per la costruzione di una moschea.  Sarebbe però un errore prendere sottogamba quella manifestazione liquidandola sbrigativamente come un isolato episodio di folclore prepolitico. Il disagio per una presenza sempre più evidente della religione islamica in Italia attraversa segmenti importanti del tessuto sociale del nostro Paese ed accomuna donne e uomini molto diversi tra loro in quanto a ceto sociale, provenienza politica, condizione economica ed età. Non è un caso infatti che, sia pure con uno stile un poco meno virulento di quello leghista, allarmi contro il diffondersi della “febbre islamica” siano venuti anche da esponenti non secondari del clero cattolico e qualcuno (se non mi sbaglio il cardinale Biffi) ha anche proposto di privilegiare gli immigrati cattolici rispetto a quelli di tradizione musulmana.

la rivincita dell’Islam

Siamo dunque alla vigilia di un’epocale rivincita dell’Islam nei confronti dell’Occidente cristiano? Stiamo vivendo una sorta di strisciante e incruenta Lepanto di segno contrario? Ci sono nel nostro destino orizzonti velati dai sinuosi profili dei minareti? Secondo un buon numero di italiani, questi sono scenari probabili e non proprio desiderati. All’interno del più ampio problema dell’immigrazione, la diffusione dell’Islam viene spesso vissuta come una delle principali emergenze del nostro malandato Paese.  In un’intervista pubblicata sul quotidiano La Padania, il Segretario nazionale della Lega Lombarda Roberto Calderoli ha affermato: «Quando ci raccontano balle sull’accoglienza indiscriminata, ricordiamo che il capo religioso della comunita` islamica di Torino ha dichiarato che grazie alle nostre leggi ora ci invadono e sempre grazie alle nostre leggi domani ci domineranno». E il leader maximo della lega, Umberto Bossi, pur prendendo qualche distanza dal corteo di Lodi, dice all’Ansa: «E` stata una piccola manifestazione e io non l’avrei neppure fatta in quel modo», «Adesso si creano colonie interne di tipo musulmano. Siamo davanti a un nuovo colonialismo: un tempo furono gli occidentali a farlo, ora sono i musulmani a farlo a casa nostra». Forse queste posizioni così estreme continuano ad essere minoritarie ma è indubbio che in aree che vanno ben al di la` del bacino elettorale leghista (e forse di quello dell’intero centrodestra), l’idea che l’Islam sia una religione intollerante, integrista e prevaricatrice è molto diffusa. Certo le notizie che giungono da alcune nazioni islamiche, Arabia Saudita, Iran, Algeria, Afghanistan, Sudan, ad esempio, rafforzano questa convinzione, e anche dichiarazioni roboanti di alcuni esponenti della comunità islamica in Italia non servono a tranquillizzare gli animi.


in guardia contro i fondamentalismi

Non avrà, ad esempio, creato molta simpatia per la religione di cui Maometto è il massimo profeta la seguente notizia riportata da un lettore de La Padania e pubblicata dal quotidiano nella rubrica delle lettere: «A Londra un musulmano di 56 anni ha sgozzato sacrificalmente la figlia sedicenne perché era passata con i testimoni di Geova e si rifiutava di recitare le preghiere islamiche».  E anche non mi pare destinata a trovare particolari consensi tra la nostra popolazione la richiesta di alcune donne islamiche di poter indossare il velo anche sulla fotografia dei documenti di identitaà rilasciati dallo Stato italiano. E non basta. Anche una docente di indubbia levatura culturale come l’antropologa Ida Magli mette in guardia sui potenziali pericoli rappresentati dall’Islam. Sempre sulla Padania, nel corso di un’intervista che non mi risulta essere stata smentita (ove lo fosse stata me ne scuso in anticipo; ho tentato di raggiungere telefonicamente la professoressa – con cui ebbi il piacere di sostenere un esame di antropologia culturale qualche secolo fa – ma non ci sono riuscito) la signora Magli dice testualmente: «In qualsiasi Paese del mondo, l’islamismo è incompatibile con gli altri gruppi che abitano il territorio. Non capisco perché il nostro Paese debba fare eccezione, come se bastasse essere ‘buoni’ per poter eliminare le abissali distanze storiche e culturali che ci dividono dal mondo musulmano. Ognuno ha diritto a difendere la propria cultura e non bisogna aver paura delle futili accuse di razzismo. Il vero razzismo è quello di colui che vende la propria patria».  Ecco dunque timori e paure, di cui la Lega si fa portatrice in maniera un po’ brutale e folclorica, espresse in buon e convincente italiano. Però è altrettanto buono e convincente l’italiano di un altro professore, Gabriele Mandel, che offre alle nostre riflessioni una ben altra immagine dell’Islam.


il vero Islam

«Non è scritto da nessuna parte che i musulmani debbano essere degli integralisti. Anzi, il Corano dice proprio il contrario», mi spiega il professor Mandel, Vicario generale (Kalyfa) della Confraternita (Tariqa) Jerrahi Halveti in Italia. Docente universitario, scrittore, psicologo, oltre che uomo di fede musulmana, Gabriele Mandel è stato uno dei primi autori a far conoscer l’Islam e il Sufismo (la sua corrente esoterica) in Italia.  «Nell’Islam c’è rispetto per tutti»,  si appassiona il professore, che mi ha concesso una lunga intervista nella sua casa di Milano. «Nel Corano c’è scritto che se un idolatra ti chiede asilo, tu lo devi accogliere, perché la fede, per i musulmani, è un dono di Dio. E Dio concede questo dono secondo i suoi imperscrutabili disegni. E noi esseri umani non possiamo interferire con il volere divino».  Parole bellissime e sagge, ma come conciliarle con i divieti, le proibizioni, le chiusure presenti nelle legislazioni di tanti Stati musulmani? «Guardi che il vero Islam non contempla la propaganda e il proselitismo religioso. L’Islam non ha nemmeno i missionari. Certo, nella storia è successo che popolazioni conquistate fossero convertite all’Islam con la forza, ma qui entriamo in un terreno politico e non religioso».  Il professore ha letteralmente anticipato una mia obiezione proprio in questo ambito. Infatti la storia della diffusione dell’Islam si è quasi sempre accompagnata, in India ad esempio, a violenze e massacri non da poco. «Poi — continua sempre Gabriele Mandel, — non si deve mai dimenticare che c’è un unico Corano ma esistono molteplici Islam... Come una sorta di mantello di Arlecchino. E` indubbio che il musulmano turco non è il musulmano saudita, e via dicendo».  E il Corano cosa dice nelle questioni fondamentali, per esempio riguardo al problema della tolleranza e dell’integralismo religioso? «Tenendo presente che non sussiste Islam senza Corano, vediamo che il Libro dice per ben tre volte che chiunque, uomo o donna che sia, mazdeo, cristiano, chiunque creda in Dio nel giorno ultimo, nell’al di la`, avrà il Paradiso. Mi creda, integralismo, in ambito musulmano, vuol dire mancanza di Islam, non eccesso». Vuol dire che c’è una cattiva interpretazione del Corano? »Esattamente... Una cattiva interpretazione del verbo coranico. Poi dobbiamo tener presente che non esiste solo l’integralismo musulmano. Ci sono integralismi di ogni genere, religiosi e non. L’integralismo, dicevo, è anche una forma particolare di devianza psichica, oltre che di ignoranza e di disinformazione. Poi ci si mette di mezzo la politica, che rende tutto più complesso». Quindi, secondo il professor Mandel, l’orizzonte che abbiamo di fronte è meno fosco di quanto non si creda. C’è sempre però il problema di quella diversità con l’Occidente di cui parla Ida Magli. E che diversità. Basti pensare al ruolo della donna e all’impatto, anche solo estetico, che il chador e tutte le numerose forme di velo islamico producono in una societaà laica e moderna. Per quanto si possa essere aperti ad una visione del mondo musulmano non provinciale e ristretta, vedere “l’altra metà del cielo” infagottata, nascosta, impacciata da questo diaframma imposto da una consuetudine religiosa, fa un certo effetto. Colpisce nei paesi islamici, figuriamoci qui da noi.  «Anche a proposito del velo — continua Gabriele Mandel, — il discorso è complesso. Intanto esistono, come ho già fatto notare, notevoli differenze tra le diverse nazioni islamiche. E poi, ancora una volta, dobbiamo tornare al Corano, dove non c’è scritto che la donna debba portare il velo ma solo che “deve indossare il mantello per coprire il petto”. La frase è semplice e potrebbe prestarsi, anzi si è prestata, a molteplici interpretazioni. Comunque in numerosi casi sono le stesse donne a rivendicare con orgoglio il velo che sentono come segno della loro identità culturale. In Iran ad esempio, è il simbolo della rivoluzionaria».

dietro al velo

Tutto vero, ma questa idea che la donna non debba poter mostrare il suo volto al pari dell’uomo continua a risultarmi poco gradita. E non lo è nemmeno per Carlo Monguzzi, Consigliere regionale lombardo eletto nei Verdi. «E` terribile vedere queste donne nascoste dietro il velo. Però è un aspetto della cultura islamica con la quale dobbiamo fare i conti. E questi conti non torneranno mai se non saremo consapevoli che si tratta di terreni scivolosi su cui è difficile camminare. Ci vogliono buon senso, tolleranza reciproca e molta pazienza dal momento che non ci sono ricette valide una volta per tutte».  Quello del velo è un esempio importante, una sorta di paradigma delle difficoltà che incontra l’Islam ad integrarsi nelle società occidentali. Potrà sembrare una questione superficiale, ma non è così. Anni or sono la Francia, dove risiede una comunità islamica molto più numerosa di quella italiana, fu lacerata da polemiche virulente in seguito alla richiesta del padre di una ragazza di mandare la figlia a scuola con il velo. L’opinione pubblica si divise tra coloro che ritenevano inammissibile che in una classe della scuola di Stato un’alunna non potesse mostrare liberamente il suo volto, e quanti sostenevano che non si poteva intervenire nelle faccende interne di una tradizione.  «Come ti dicevo prima, — continua Monguzzi parlando di questo argomento — ci muoviamo su delle sabbie mobili. In linea di principio vorrei che ci fosse una legge che dice che una ragazza debba andare a scuola senza vergognarsi di mostrare il proprio volto. Ritengo un vero abominio l’idea che una donna non possa far vedere il viso. Però da un punto di vista pragmatico debbo aggiungere che con tutta probabilità una tale legge avrebbe come risultato che i genitori tradizionalisti non manderebbero le figlie a scuola. E così queste ragazze si troverebbero tagliate fuori dall’istruzione e da tutte le opportunità di crescita che questa comporta».  A casa e con il velo, insomma. Giustissimo. Però c’è da aggiungere che forse una proibizione del genere potrebbe anche aiutare a far venir fuori le contraddizioni di una cultura islamica oscurantista. «Forse, — continua Monguzzi — però ritengo più probabile un isolamento delle ragazze provenienti da famiglie molto legate alla tradizione musulmana. In termini molto semplici, il velo glielo puoi far togliere convincendoli, non obbligandoli, perché sarebbe come togliere con la forza ad una persona un pezzo della propria storia».  E quando un pezzo della propria storia porta il nome orribile di infibulazione, la mutilazione della clitoride e chiusura di parte delle labbra vaginali? Lo so che è una pratica che con l’Islam vero, come direbbe il professor Mandel, non ha nulla ha che fare, però in alcuni paesi musulmani dell’Africa p ancora molto diffusa, purtroppo. «Qui il discorso p diverso. Si tratta di una pratica barbara, che non solo deve essere vietata ma anche perseguita. In questo caso siamo in presenza di una violazione della legge italiana che protegge, per fortuna, i cittadini nella loro integrità fisica».


la Repubblica
o il Corano?

Ecco, qui sta forse il nocciolo del problema. Un musulmano, sia esso italiano o straniero, deve obbedire alle leggi dello Repubblica o a quelle del Corano? In una società che, grazie ad anni di lunghe e difficili battaglie civili, si è affrancata (almeno in parte) dalle prepotenze clericali della Chiesa cattolica, non si riaffacceranno, portate da una nuova concezione religiosa, islamica, tentazioni integriste? E su questo terreno, quello dei diritti della persona e della laicità dello Stato, non potrebbe esserci il rischio di una “santa alleanza” tra integralismi, sia pure di segno diverso?  «Ma quale visione clericale dello Stato! — si indigna il professor Mandel. — Vada in Turchia a vedere come può essere laica una nazione a maggioranza islamica. Ancora una volta devo ricordare che ci sono diversi modi di intendere l’Islam... quello della Turchia, e di altri stati simili, e quello, ad esempio, dell’Arabia Saudita».  Il discorso potrebbe continuare a lungo. Anzi è sicuramente destinato a continuare. Ci sono così tante cose da dire e ricordare. Ad esempio che il rapporto tra Islam ha radici antiche e non sempre si è trattato di radici sanguinose, come dimostra il fatto che il Canone di Avicenna è stato libro di testo nelle principali università mediche europee fino al 1640, come mi ha ricordato Gabriele Mandel.  Il problema è comunque complesso e il modo peggiore di affrontarlo è far finta che non esista. E` vero, infatti, quello che dice Carlo Monguzzi, che si cammina sulle sabbie mobili. Quindi tutti, musulmani e non, dovranno far ricorso al massimo possibile di pazienza, intelligenza, buon senso e tolleranza. Ed anche così si incontreranno difficoltà non da poco. L’alternativa è uno Stato di polizia e l’imbarbarimento della convivenza civile. E questo dovrebbe essere ben chiaro a tutti. In modo particolare ai fautori della cosiddetta “reciprocita`”. Se in alcuni Paesi musulmani ci si comporta in modo terribile dovremmo anche noi fare lo stesso? Abbandonare tutte le conquiste liberali che abbiamo faticosamente raggiunto? Questa sì che sarebbe una vera colonizzazione della nostra cultura. La peggiore delle colonizzazioni.




permalink | inviato da il 25/11/2006 alle 15:30 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa

22 novembre 2006

Compagni, dove siete? I rinnegati del ’68 – esame di un’autocritica semplificata

 

 

Di Marina Valcarenghi (Re nudo, marzo 2001)

 

Avevo uno zio che si chiamava Vico Rosaspina e che aveva fatto il partigiano sparando, e rischiando di farsi sparare, in mezzo alle nostre montagne invase. Quando ero ragazzina una volta mi disse: «Lo sai che adesso essere stato partigiano e` una vergogna? Una cosa da nascondere, come essere stato un assassino. Le brave persone oggi sono quelle che non hanno fatto niente, che magari si sono nascoste aspettando che tutto finisse e poi hanno buttato via la camicia nera». Aveva fatto la guerra in Africa, in aviazione, prima del ’43: «Invece i duelli aerei coi gli inglesi nel deserto, quelli sono oggi molto considerati, sai, quelli fanno fare bella figura». E mi guardava coi suoi grandi occhi chiari, piu` sorpreso che amareggiato. Oggi sono in grado di capire che cosa gli passasse per la testa: e se avessero vinto i nazisti? E se non ci fossero stati italiani fra i liberatori dell’Italia? Come e` possibile isolare solo le situazioni eccessive e facinorose (che ci sono in qualunque guerra e da qualunque parte) e identificare in esse un fenomeno complesso e straordinario di passione civile e riscatto morale come la Resistenza, anche nella lotta partigiana? Come mettere sullo stesso piano chi deportava gli ebrei e chi cercava di impedirlo? Chi invadeva un Paese e chi cercava di liberarlo? Chi portava una divisa vergognosa e chi era vestito di onorevoli stracci? Quell’uomo mi guardava come se il mondo si fosse capovolto e lui non sapesse piu` orizzontarsi. Mi dispiaceva, ma avevo altro a cui pensare, a quindici anni. Oggi mi dispiace in modo diverso, perche´ la stessa esperienza la sto attraversando io.

un fervore di pentimenti

E` successo piano piano, poco per volta, ma e` successo, e oggi se hai partecipato al movimento del Sessantotto, e lo ricordi con fierezza, sei per lo piu` considerato un violento, forse un delinquente, nella migliore delle ipotesi un cretino. Quel passato sembra piuttosto da nascondere, come una vergogna o come un errore di gioventu`, e non e` solo la coscienza collettiva dominante a vedere le cose in questo modo, ma molti di coloro che a quel movimento hanno dato vita. Sono loro i rinnegati, come se si sentissero troppo perdenti per riaffermare la loro identita`, come se per sopravvivere fosse necessario condividere le ragioni dei piu`, o come se di quel tempo riuscissero ormai a vedere solo la parte di ombra.  Ed e` tutto un fervore di pentimenti, quello che vedo, dalla Germania all’Italia, fino agli Stati Uniti. Chi chiede scusa al poliziotto malmenato durante uno scontro di piazza (e il poliziotto, magnanimo, perdona), chi si straccia le vesti davanti ai soldati americani per essere stata pacifista durante la guerra contro il Viet Nam (come se non fossimo stati pacifisti anche per loro), chi in televisione sentenzia che e` stata una terribile buffonata, un raptus di violenza generazionale, una pagina nera nella storia del ’900. Chi si dimentica di averci partecipato, chi fa pubblico atto di contrizione, chi, con un pallido sorriso, si appella a giovanili infatuazioni, dalle quali si e` pero` definitivamente guariti come dalla varicella. Assistiamo a una nobile gara di mea culpae vediamo scorrere una processione quaresimale. Fra questi penitenti riconosciamo, certo, attrici americane, ministri tedeschi, personaggi televisivi, giornalisti famosi, politici riciclati e cosi` via, ma anche tanti onesti, vecchi compagni che non se la sono sentita di bruciare nel rogo da soli.  Come diceva mio zio: le persone perbene sono quelle che stanno a casa ad aspettare che tutto passi e poi si mettono col vincitore. Questa constatazione e` senz’altro ripugnante per me, ma qui non ne faccio una questione morale, ognuno si comporti come vuole e come può. Personalmente sono molto fiera e orgogliosa di avere fatto la mia parte nel Movimento e non me ne importa niente se quando lo dico mi guardano male: in questo caso “spiacere e` il mio piacere”, come dice Guccini, e sto invece aspettando che a chiedere scusa siano loro. Aspetto che gli agenti Pagnozzi, Labruna e il questore Guida chiedano scusa per quello che hanno fatto a Pinelli, aspetto che trovino i responsabili delle stragi e che ci chiedano perdono, aspetto il pentimento di Andreotti, di Cossiga, di Taviani, aspetto le lacrime contrite dei fascisti veneti e il rimorso straziato degli ufficiali di polizia e degli apparati speciali. Aspetto la vergogna di chi ha mandato in galera Sofri e di chi ce lo tiene. Nell’attesa cercherò di ricordare.

dov’era la violenza?

Alla fine degli anni Sessanta la Francia era gollista, col generale ancora vivo, oltre a tutto; in Italia si ordivano periodici tentativi di golpe organizzati da destra e servizi segreti con la compiacenza di ampi strati del pentapartito, in Spagna c’era il fascismo, in Portogallo c’era il fascismo, in Grecia c’era il fascismo, in Germania c’era la democrazia cristiana, in America c’erano la guerra contro il Viet Nam e il problema dei neri: l’Europa almeno non doveva dare grane. E la CIA vigilava. Il movimento di protesta giovanile sbocciato in Europa e negli Stati Uniti nel 1967-68 era nonviolento, antiautoritario, pacifista, antirazzista e antifascista, orientato alla giustizia sociale, alla conquista dei diritti civili per tutti e alla trasformazione della qualita` della vita. Erano comunisti negli ideali. Ricordo male o quei giovani le botte le hanno prese? E anche la galera? Mi sbaglio o li` e` cominciata una guerra violenta contro quel movimento? Vi ricordate i ragazzi e la ragazze ritrovate morte nella Senna dopo gli interrogatori alla “Sante´”? Vi ricordate i giovani americani picchiati a sangue dalla polizia mentre manifestavano seduti per terra davanti al Pentagono? Vi ricordate l’omicidio di Martin Luther King, che era un nonviolento? Vi ricordate il Ku Klux Klan che bruciava le case dei militanti neri con il silenzio assenso delle forze dell’ordine? Vi ricordate Panagulis? Vi ricordate la strategia della tensione in Italia, con le bombe e le stragi, per darne poi la colpa alla nuova sinistra e agli anarchici? Vi ricordate che Valpreda ha fatto anni di galera innocente, vi ricordate che Pinelli e` volato dalla finestra della Questura? Vi ricordate Valle Giulia? Da che parte era la violenza alla fine degli anni ’60?  Compagni, dove siete? Cercate di ricordare, per voi e per i vostri figli, se no tutto prima o poi dovra` ricominciare, e gia` lo stiamo vedendo: qualche mese fa hanno trovato una bomba sul Duomo di Milano e l’indomani era gia` aperta la pista anarchica. Senza memoria di noi stessi e della nostra storia non avremo da lasciare ai nostri figli che le nostre sconfitte. E` contro la violenza delle istituzioni, colluse con il potere mafioso, coi servizi segreti deviati e con la destra eversiva, che il Movimento nel nostro paese ha dovuto organizzare una sua resistenza e reperire un terreno di lotta. Abbiamo dovuto trovare le nostre montagne, le nostre divise e anche le nostre armi (che non erano fucili), ma ci stavano sparando addosso, ve lo ricordate? Che facciano finta di non ricordarlo loro, non sorprende, ma come potete non ricordarlo voi?

figli di puttana o figli dei fiori?

Naturalmente sapevamo che quanto piu` il Movimento sarebbe stato efficace, tanto piu` saremmo stati aggrediti; naturalmente nel nostro modo di reagire abbiamo fatto degli errori, commesso degli eccessi, esercitato delle violenze anche odiose, e questo va riconosciuto, ma possiamo identificare in quegli eccessi, in quegli errori, in quelle violenze, tutta la complessita` di un movimento di riscatto morale e di trasformazione civile come era il nostro? Davvero possiamo accettare di mettere sullo stesso piano chi organizzava le stragi di Milano, Bologna e Brescia, chi metteva le bombe alla fiera di Milano, chi mandava la polizia a sparare nelle piazze, chi si organizzava nella P2, chi prendeva i voti della mafia in cambio della Sicilia e chi tirava i sassi alle manifestazioni o gridava slogan decerebrati? O scriveva vergognosi incitamenti alla violenza? O dava vita a organizzazioni staliniste? O parlava bene della Cina? (Nessun riferimento, qui, alla lotta armata: quelle formazioni militari furono sempre estranee alla stragrande maggioranza del Movimento e gli stessi Comunisti Combattenti se ne dichiaravano fuori; sarebbe delirante identificare il Movimento con la lotta armata, anche se alcuni ci provano). Possiamo considerare allo stesso modo chi stringeva la morsa dello sfruttamento economico e chi organizzava espropri proletari? Vogliamo davvero dimenticare, al di la` delle ombre, la differenza fra chi difendeva una societa` del privilegio e del profitto, fondata su valori oscurantisti e clericali, e chi progettava un mondo di pace, di liberta` e di giustizia sociale? Immagino che non sia questo che volete, ma e` questo che accade, quando si rinuncia ad affrontare la complessita` e si allenta una tensione che sembra insopportabile diventando sbrigativi. Se siamo tutti figli di puttana, in fondo non lo siamo nessuno. La calma che ne deriva non e` di buona lega.

la vigliaccheria dell’autocritica

Io credo che ci possa essere una vigliaccheria anche nell’autocritica, la vigliaccheria di chi non ha il coraggio di fare un autentico esame di coscienza, che nelle situazioni collettive e` sempre complesso, di chi non si assume la responsabilita` di riconoscere e di distinguere. Siamo in ogni caso e sempre tutti delinquenti e non ne abbiamo imbroccata una. Ma Dio e` buono e ci perdona e anche la societa` e` buona e ci perdona e magari finisce a darci un seggio da qualche parte, a destra o a sinistra ormai poco conta. Peccato che siano stati quei delinquenti a ottenere le uniche riforme sui diritti civili: il divorzio, l’aborto, l’obiezione di coscienza. Peccato che siano stati loro a trasformare i rapporti fra genitori e figli, fra uomini e donne, fra eterosessuali e omosessuali, fra studenti ed educatori. Peccato che siano stati loro a ottenere l’uguaglianza per i neri in America e a diffondere una cultura della pace. Peccato che siano stati quei facinorosi i primi a combattere l’ideologia dei consumi, e gli ultimi a convertirsi alla religione della merce. Peccato che siano stati loro i primi a riaccendere la passione della ricerca interiore nei giovani e a difendere l’innocenza delle canne (non quelle del fucile). E infine peccato che siano stati proprio quei buoni a nulla a evitare che il nostro Paese diventasse definitivamente una de´pendence della Casa Bianca, parlando, scrivendo, cercando di vivere da subito in un altro modo, scendendo in piazza a dire di no, a prendere lacrimogeni, botte, denunce, a subire diffamazioni personali, processi, condanne, galera, in qualche caso a perdere la vita, come Giovanni Ardizzone, Franco Serrantini, Roberto Franceschi, come Fausto e Iaio, Mauro Rostagno, Pino Pinelli e Peppino Imparato e altri che sono rimasti senza nome.

il nostro sogno

Tanto tempo fa abbiamo fatto un grande meraviglioso sogno e, buttandolo nel mondo, cercando di farlo diventare realta`, l’abbiamo anche sporcato, alterato, in certi casi stravolto; abbiamo dovuto fare i conti coi nemici fuori, i fascisti, i democristiani, i benpensanti, le spie, i servizi, la mafia e anche coi nemici dentro, la nostra violenza, la nostra intolleranza, i nostri problemi di potere e le nostre impazienze. Certo. E con questo? Qualunque progetto umano ha una parte di ombra. Prendiamoci allora la responsabilita` della nostra ombra, ma lasciamo vita e forza al nostro progetto per affidarlo sereni a chi viene dopo di noi. Ci sono sogni che non muoiono all’alba, scorrono sul filo delle generazioni e la loro eterna bellezza e` molto piu` grande dei nostri peccati.

 

Libri di Marina Valcarenghi




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21 novembre 2006

Intervista a Matteo Guarnaccia

 

 


Di Italo Bertolasi (Re nudo, aprile 2001)

 

Matteo Guarnaccia, pittore, scrittore, filosofo e maestro della psichedelia. Mi piacerebbe però che fossi tu a definirti in poche parole.
Sono un ricercatore curioso che sta percorrendo il sentiero del cuore.
 

La tua curiosità ti ha portato ad interessarti di culture lontane. Nei tuoi disegni hai fatto rinascere la magia dello sciamanesimo e ci hai avvicinato alla ricchezza celata nella wilderness, lo spazio selvaggio del pianeta e delle popolazioni indigene che la custodiscono. Perché questo interesse speciale per lo sciamanesimo?

La sensibilità e la curiosità dell’artista lo portano naturalmente ad entrare in contatto con altri mondi, con altri stati di coscienza che appartengono anche allo sciamano. Se non teme e osa, si sintonizza con le stazioni pirata della psiche e vede il mondo per quello che è veramente: immenso, desolato e magico. Le prime opere d’arte dell’umanità nascono dai riti e dalle magie degli sciamani. Fin da bambino sono stato attratto dalle opere d’arte della preistoria, restavo sgomento davanti alle riproduzioni dei potenti animali dipinti nelle grotte di Lascaux. Quelle pitture non erano semplici virtuosismi estetici quanto atti di riverenza nei confronti della Vita, strumenti per riequilibrare l’energia del gruppo, ponti tesi dall’artista-sciamano per muoversi agevolmente tra diversi livelli planetari. Questa è l’“arte” che mi appartiene, un’esperienza esistenziale che è allo stesso tempo gioco, viaggio e condivisione. Non mi interessa l’arte vissuta (e venduta) come atto di arroganza, sfida o vanità.

Durante l’atto temporaneo della creazione si acquisisce la saggezza cellulare comune a tutti gli esseri viventi. Quando mi trovo davanti all’abbacinante distesa artica del foglio bianco, la mia spina dorsale comincia a scodinzolare, le mie protesi creative (matite e pennelli) si inturgidiscono e puntano verso l’obiettivo. Inizio a contemplare quel biancore come se mi trovassi dinanzi al mio scheletro. La carta, che è il risultato finale di vari fasi - morte, macerazione e rinascita - è un perfetto terreno per cerimonie sciamaniche. Stendervi sopra i colori, inocularvi lampi di energia fluttuante, significa tracciare nervi, vene, sangue sulle nostre ossa e dar loro nuova vita.


Negli anni Settanta dipingevi tribù di elfi e maghi. Negli anni Ottanta sei passato alle chimere. Ricordo un lavoro per
Panorama dove io avevo fotografato delle modelle che tu avevi trasformato in “chimere” attraverso l’uso dei colori e di “protesi” di pane. Qual è oggi il soggetto che preferisci dipingere nei tuoi quadri?

Dipingo la meraviglia e lo stupore che provo di fronte alla vita. Il corpo femminile, fantastico laboratorio alchemico in cui cresce la vita, è il mezzo visivo più immediato per rappresentare questa metamorfosi continua in cui siamo impegnati. Dipingo il processo evolutivo, cercando di cogliere il magico attimo in cui emerge una nuova consapevolezza, provando a non “fermare la farfalla con uno spillo”. Mi piace l’immagine Zen di uno stormo di anatre che volano sopra uno specchio d’acqua senza preoccuparsi di lasciare traccia. Ecco, cerco di raccontare questo tipo di leggerezza. 
 

Un’altro dei tuoi soggetti preferiti è quello delle ”madonne tantriche” che giocano con sessi giganti che riversano sulla terra schizi di sperma color arcobaleno e magiche ambrosie. Nei tuoi quadri la donna è la grande iniziatrice e la “maestra dell’amore”.
La donna è il riflesso splendente della divinità, è la Dea stessa. Anni fa avevo dipinto una serie di quadri ispirati al tantrismo indiano. Volevo evidenziare l’importanza e la sacralità dell’energia vitale - sessuale e tantrica - che, risvegliata a dovere, mette in moto forze tremende e sconosciute all’interno della nostra mappa genetica. Forze temute e represse dalla cultura giudaico-cristiana che riescono a sgaiattolare fuori in maniera imprevedibile scombinando la realtà programmata. Con quei miei quadri io volevo rendere omaggio ancora una volta alla donna sciamana, alla maga, alla dea madre che amministra questo potere.


Quali sono gli ultimi temi dei tuoi quadri?

Visioni dal confine tra le cose. Un confine che è sempre molto sfumato e che ci avvicina al mondo minerale, vegetale ed animale. Un modo per rammendare quegli strappi antropocentrici - mentali ed energetici - che per troppo tempo ci hanno separato da tutto il resto del Vivente.


Mi vengono in mente quelle deliziose immagini pubblicate su un famoso numero della rivista
Village che ritraggono bellissime fanciulle che hai trasformato in moderne Kali e in Dee Madri, sensuali e pagane. Anche la body painting e la performance fanno parte della tua ricerca artistica.
Tutto è iniziato con il progetto “Chimere”, elaborato insieme a te e al critico Tommaso Trini nell’86. Da quel momento è un continuo passaggio di colori dalla tela al corpo umano. Il lavoro di Village è il risultato di una performance durata tre giorni a Londra presso i Big Sky Studios a metà degli anni Novanta. Londra in quel momento era il luogo in cui era più palpabile il ritorno del paganesimo per le strade. Era normale incontrare ragazze che esprimevano con estrema naturalezza la propria energia selvatica, sacra e sessuale. Stavo studiando il ritorno della Dea e me la sono ritrovata davanti. È stato un evento molto coinvolgente partito da un’impegnativa ricerca storica ed estetica. Le immagini ottenute sono state poi elaborate al computer e sono venute fuori queste icone potenti che hanno scosso parecchia gente. L’evoluzione di questo lavoro di body painting si è espressa poi nei rave, nei workshops meditativi e nei gruppi di crescita - come quelli che abbiamo fatto assieme, i famosi “Bagni di Foresta”, fusione ed effusioni con la Natura e i suoi elementi.


La tua arte nella natura ha avuto anche altri momenti. Hai fatto installazioni nei boschi, hai dipinto e “vestito” alberi e fiumi. Ti sei allontanato dalla città e dai temi urbani e hai partecipato al festival “Solstizi ed Equinozi” all’interno del Parco del Ticino.

Progettare una serie di interventi della durata di tre anni all’interno di una riserva naturale è stata un’esperienza veramente straordinaria. Ho montato un’opera rituale intitolata “Crocicchio” nell’arco di un anno, regolandola con i solstizi e gli equinozi. Ho creato un modello modulare di labirinto, alla cui creazione hanno collaborato attivamente il vento, la pioggia, il fiume, l’erba, le foglie e gli animali del luogo. Ognuno di questi esseri ha aggiunto il suo tocco. Ad ogni fase era collegato un momento di attivazione energetica dell’installazione con suoni, essenze, cibi e bevande. Una vera celebrazione. L’opera è stata completata in quattro stagioni. L’anno seguente ho realizzato “L’Albero del Mondo” (la vestizione di un vecchio affascinante albero che si era appartato vicino ad un fiumiciattolo). Un’installazione nata dal bisogno di rendere omaggio ai nostri fratelli maggiori, le piante, il popolo che sta fermo e con cui possiamo entrare in contatto intimamente. Le piante muoiono dalla voglia di chiacchierare e di passarci delle informazioni. Dobbiamo toglierci dalla testa l’idea che tutto ciò che non segue il nostro ritmo e le nostra modalità di vita sia diverso da noi.


Vorrei ricordare adesso il Matteo scrittore. Uno dei grandi meriti che ti riconosco è quello di esserti rimboccato le maniche per fare un po' l’archeologo dell’Underground Italiano. In questi ultimi anni sei diventato la “memoria storica” della controcultura italiana e di quell’area scomoda e sconosciuta degli hippies, degli artisti psichedelici, dei “vagabondi del dharma” e dei “barboni zen”. Vorrei chiederti dove vuol arrivare questo impegno letterario?

Premetto che ho sempre letto moltissimo, considero il libro come uno degli strumenti più efficaci per la modificazione della coscienza. Non ho mai sentito il bisogno di esprimermi con la parola scritta sino alla metà degli anni Ottanta. In quel momento ho sentito il prepotente bisogno organico di raccontare un’esperienza esistenziale collettiva che si stava cercando di cancellare con ogni mezzo. Niente a che fare col museo delle cere degli anni Sessanta, con le nostalgie lacrimevoli puntualmente messe sul mercato e cannibalizzate da moda e pubblicità. Parlare di psichedelia significa essenzialmente seguire i fili di una cospirazione sotterranea che nel corso del tempo ha mutato abito innumerevoli volte, cercando di armonizzare il sociale col biologico. Un movimento scomodo, tumultuoso, guardato con sufficienza e terrore dal potere, distorto e sbeffeggiato dai suoi lacché.

È venuto il momento di riconoscere, al di là delle scontate banalità, che la controcultura è stato l’ultimo grande movimento d’avanguardia del Novecento. In Italia sono stato il primo ad iniziare questo lavoro di storicizzazione, nell’88, con il saggio Arte Psichedelica e Controcultura, stampato grazie all’entusiasmo dell’eroico Marcello Baraghini di Stampa Alternativa, una persona che non ha mai tentato (come purtroppo hanno fatto molti) di rifarsi una verginità rispetto agli scomodi, impudenti e, per molti versi, imprudenti anni della controcultura. Il volume, contrariamente alle più rosee previsioni, è andato subito esaurito e i lettori che lo hanno scelto non erano, come immaginavo, i “vecchi”, ma invece ragazzini di 16-20 anni che si sentivano scippati di quella parte di storia, di libertà e di conquiste di cui sentivano in qualche modo di fare parte.

A quel libro ne sono seguiti molti altri: due sull’underground olandese, un movimento fondamentale e misconosciuto (Provos e Paradiso Psichedelico); uno Summer of Love, sulla scena di San Francisco; un’imponente Almanacco Psichedelico che è diventato un vero cult; un testo di lettura esoterica sul fenomeno Beatles, Magickal Mystery Book; e altri due sulla scena italiana Beat e Mondo Beat e naturalmente l’ultimo, Underground Italiana, una storia raccontata attraverso la voce diretta di alcuni dei suoi partecipanti (vedi Re Nudo ...).

Anch’io sono convinto che in quegli anni era fiorito, come tu dici, una specie di “zen di città” molto laico e molto occidentale, che non voleva scimmiottare altre esperienze esotiche, non aveva bisogno di padrini politici o spirituali. La mia ricerca storica ha a che fare con la nascita degli Hippies, l’espressione di un nuovo tribalismo che si affermava nel cuore delle società più strutturate e tecnologiche del pianeta. Un tentativo di decondizionamento dai cattivi spiriti dell’Occidente. Come ogni tribù anche i figli dei fiori avevano propri usi e costumi che sono stati letti per lo più banalmente, come una delle tante mode giovanili. Questa storia ha ancora molte cose da svelare e spero che questo mio impegno di scrittura sia raccolto anche da altri. Potrebbero allora nascere interessanti riletture intorno al tema del “Viaggio”, del “Neo-Paganesimo” e della Rivoluzione Sessuale. Tutto è stato banalizzato nella sciocca formuletta “sex and drugs and rock'n'roll”. Per correttezza si dovrebbe sostituire il termine sex con “intima comunicazione sensoriale e spirituale tra individui”, drugs con “esperienze di stati allargati di coscienza” e rock'n'roll con “libera espressione delle energie creative presenti in ogni essere umano".

Abbiamo alle spalle molti fratelli maggiori, dai preraffaelliti ai simbolisti, dai dada ai surrealisti, dalle scuole tantriche agli anarchici visionari di Monte Verità, Daumal e Blake, i Misteri Eleusini e Altdorfer, Yen Hui e Jarry... No, non è stata una moda giovanile, come vogliono farci credere. Esiste una storia parallela del pianeta che non è fatta di guerre e accaparramento di risorse, una storia mistico-evoluzionista che è nostro dovere far conoscere.


Ti conosco troppo bene per non immaginarti, nel terzo millenio, proiettato verso nuove avventure. Ce le puoi raccontare?

Mi piace l’idea di mettermi a fare il “bardo” per aiutare a risvegliare la nostra anima creativa e poetica. Per aprirci a un nuovo modo dove trionfi la fratellanza e la comprensione (o perlomeno un decente sentimento di buon vicinato). Spero che nessuno debba essere costretto a rinunciare alla sua buddità infantile. Attualmente sto facendo dei reading di poesia visiva in Italia, Svizzera, Francia e Inghilterra. Sento che la poesia è ancora in grado di “minare” le menti in questo mondo rischiarato dai bagliori elettronici, ma sempre più spento e sempre più anonimo. La guerriglia psichica continua.

Sto disegnando oggetti, dipingendo barche, ritagliando banconote per fare pupazzi magici, leggendo Apuleio. La mia arte è un cocktail alchemico di poesia che corre fischiettando e che danza. Il mio compito è rendere praticabile la Visione.

 

Libri di Matteo Guarnaccia

Libri di Italo Bertolasi




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12 novembre 2006

Colloquio in carcere tra Sofri, Gaber e Valcarenghi (parte 5 – un fenomeno culturale)

 
a cura di Antonio Priolo (Re nudo, marzo 2001)

[…continua da 4 – la rivoluzione]

 

Majid Valcarenghi:C’è una cosa che non mi torna nella liquidazione del fenomeno culturale del Sessantotto, che non è fenomeno politico. Per quanto riguarda il fenomeno politico io in parte concordo con il paradosso di Mauro (Rostagno) che diceva “per fortuna che abbiamo perso”, mentre dal punto di vista della modificazione della cultura, intesa dal punto di vista esistenziale, della ricerca, del mettersi in gioco, io credo che un segno forte ci sia stato, che ha modificato una generazione in modo preciso. È vero che adesso  tutto è sfumato. Io con i “papaboys” non sento nessun collegamento, anche se è vero che in molti di loro ci sono le istanze ed i bisogni che giustamente gli attribuivi. Però come comportamento di massa, di individui tutti insieme, io sento l’assonanza al pubblico dello stadio, sento l’assonanza al “Cantagiro”, al fan, al meccanismo d’identificazione con la grande regia dello stadio, la grande regia vaticana, che ha mixato la politica con lo spettacolo, ed ha creato questa gigantesca macchina di consenso. Non ci sento assonanza con quella energia che pervadeva le piazze, gli stadi ed i palalido dell’epoca, anche se accompagnati dal nostro delirio ideologico. Ci sento la grande diversità tra chi facendo errori era comunque protagonista e ricercatore di qualcosa, pur nel suo essere massa, e chi è spettatore.

Adriano Sofri: Secondo me siete troppo unilaterali e temo che questo dipenda dal fatto che noi siamo troppo disillusi, troppo ingenerosi; questi ragazzi, proprio quei due milioni li, ai miei occhi somigliano molto di più a “Re Nudo” di Parco Lambro che ai raduni di fedeli nell’altro anno santo che io mi ricordo, portati dalla Federconsorzi, da Bonomi, capisci? Quei ragazzi, che sicuramente hanno una regia... ma sono dei ragazzi che stanno nei sacchi a pelo, che cantano, e tutto questo veniva strumentalizzato, eterodiretto, tutto quello che vuoi, ma quella notte lì, mi hanno detto che hanno scopato in numerosissimi nei sacchi a pelo...

Giorgio Gaber: Questa è una delle poche buone notizie.

Adriano Sofri: Buonissima; moltissimi di loro erano arrivati a Tor Vergata non in comitive organizzate ma come persone che fanno insieme delle cose con una forte identificazione. C’è un aspetto prevalente che è quello che dici tu ma c’è anche un altro aspetto, e uno deve vederlo, altrimenti rischia di considerare avvenuta una mutazione antropologica tale che stai avendo a che fare con un altro genere vivente. E secondo me non è così. Questa storia del gregarismo e delle masse fa veramente impressione: guarda gli stadi oggi. Il fascismo e le guerre in Europa hanno oggi come incubatrici gli stadi di calcio. Nella ex Jugoslavia, che io conosco molto bene, è così che si sono organizzati; ancora oggi le cose più importanti lì avvengono negli stadi di calcio ed in subordine in quelli di pallacanestro. Questa impressione allarmante che fanno i musulmani, cioè gli appartenenti a Paesi musulmani, non i musulmani di religione, è in parte giustificata secondo me: dev’essere trattata senza posizioni di principio, ma è al tempo stesso spaventosamente maltrattata da questa specie di semirazzismo invalso, alla Biffi. Però, ad esempio, l’influenza dell’immagine della preghiera musulmana è impressionante: queste schiene che si piegano e questi piedi, la scomparsa delle facce in un unico genuflettersi; io andai in Iran al tempo della cosiddetta rivoluzione e vidi lo spettacolo dei milioni di persone, maschi, che si genuflettevano così; è una rappresentazione come mai si è avuta nella storia del mondo di questo gregarismo e di questa massificazione di cui parlavamo. Stalin, la Piazza Rossa, persino Tien An Men non sono niente di fronte a questo spettacolo che tiene insieme un mondo in cui la grande maggioranza della popolazione ha meno di quindici anni, questa specie di spettro demografico con questi comportamenti. Questo punto è assolutamente essenziale nel misurare il fantasma che oggi è, come si diceva, “uno spettro si aggira oggi per l’Europa”. Sulla regia volevo dire questo, una cosa che mi ha fatto molto piacere pensare all’indomani di Tor Vergata: in questa cosa da fans, che non è assolutamente dissimulata ma quasi scontata, col papa che fa l’uomo dello showpiù importante del mondo, anche li con una certa ambivalenza, si paga un certo prezzo. Questo papa ha potuto fare questo non perché ogni papa può fare questo o perché ogni regia accorta può fare questo: l’ha fatto nonostante l’imbecillità dei suoi manager. Quando questo papa morirà, cosa che forse non succederà mai, e bisognerà sostituirlo, la Chiesa cattolica, cioè questa grande Istituzione della potenza terrena, sarà messa di fronte a questo dilemma, cioè lo Spirito Santo dovrà risolvere questo problema: o nominare un papa che segni la riappropriazione completa, che sta avvenendo già in questo periodo, della Curia, della gerarchia e degli apparati messi in difficoltà dal personalismo travolgente e carismatico di questo papa (e fare questa cosa significa sicuramente perdere gli spettatori, cioè al prossimo spettacolo non si vendono i biglietti), oppure sceglierne uno che possa far sperare che possa portare due milioni di ragazzi, o come a Manila tre milioni, si dice il più grosso raduno mai avvenuto, cioè l’incubo più grosso. Per fare questo devi sceglierne uno che sia così, in una storia diversa ma che abbia caratteristiche tali che possa far ballare due milioni di persone.

Majid Valcarenghi: C’è la congiuntura che questo papa s’è sostituito alla mancanza di politica verso il Sud del mondo da parte della Sinistra.

Adriano Sofri: Ma perché dici una mancanza di politica verso i Paesi poveri? Lui s’è sostituito a tutto! S’è sostituito all’inefficienza dell’anticomunismo, dando una bella botta al fortunatissimo crollo del Comunismo; s’è sostituito alla critica del Capitalismo e del Consumismo diventando il capofila di Rifondazione; s’è sostituito a quello che dicevi tu.

Majid Valcarenghi: E poi ha rilanciato sul piano della conservazione, sulla morale, coprendo anche a Destra, ha raccolto dappertutto, creando il totale appiattimento (quello che io chiamo il partito papista, il 90% della politica italiana, per non parlare poi del mondo), per cui non può uscire niente se non dal grande vecchio e isolato intellettuale che può dire quello che vuole, e c’è un’omertà, una banalità spaventosa. Vasco Rossi era stato invitato anche lui a fare un concerto per il papa, e lui ha detto di no, che non ci pensava nemmeno. Era una notizia giornalistica, ma non è uscita da nessuna parte! Giorgio: Hai fatto prima un parallelismo tra questo raduno di Tor Vergata e i raduni di Re Nudo... Adriano: Ho detto che, se tu li confronti, questi due milioni da una parte con il massimo che a lui [Majid, ndr] sta a cuore, perché io a Parco Lambro li avrei fatti bastonare (scherzo ovviamente), anche se ovviamente allora ero, come dire, reazionario, non dei più ma abbastanza: scherzo però allora avevamo una formazione ed una cultura mostruosa per esempio sulle cose sessuali, lasciamo perdere... Io non ho nessuna colpa per le incriminazioni per cui sono oggi in galera, però poi le vere colpe le ho in quel campo li; alcuni di noi erano veramente nemici di “Re Nudo”, scandalizzati, indignati, altri di noi erano più protettivi, tra cui io, anche perché io ero molto più amico, di loro, di Mauro. Quando qualcuno se la prendeva con quest’ala allora intervenivo, ma io ero un bischero che faceva il segretario.

Giorgio Gaber: Io a quell’epoca feci anche qualche concerto per Lotta Continua, diedi qualche soldo, mi ricordo di Gigi Noia...

Adriano Sofri: Gigi Noia è l’assassino di Calabresi. Quasi tutti quelli di Lotta Continua sono assassini di Calabresi ma Gigi Noia sarebbe in galera con me oggi, perché era imputato dell’omicidio Calabresi, se non avesse avuto un colpo di fortuna spaventoso, e cioè delle fotografie con data, di quelle che si facevano con la Kodak e che sono state ritrovate, che hanno fatto da alibi perché Marino aveva detto che era lui il basista dell’omicidio Calabresi, descrivendolo glabro, mentre lui aveva queste fotografie con un barbone come ha sempre avuto e con la data. Capisci?

 

Ci ringraziamo tutti e ci abbracciamo, infilando i cappotti. Giorgio chiede ad Adriano se lui ha piacere di un’altra visita eventuale. Adriano annuisce, “se siete voi che venite a trovarmi, ma ho intenzione di dimettermi presto dalia condizione di detenuto. Farò qualcosa ad oltranza”. E si va via con il gelo nel cuore. Ma come rispondergli con qualcosa che avesse un senso!

 

PER APPROFONDIRE:
Libri di Adriano Sofri
CD di Giorgio Gaber
Libri di Majid Valcarenghi




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11 novembre 2006

Colloquio in carcere tra Sofri, Gaber e Valcarenghi (parte 4 – la rivoluzione)

 
a cura di Antonio Priolo (Re nudo, marzo 2001)

 

[…continua da parte 3 – il grande fratello]


Giorgio
Gaber: Ma tu hai pensato veramente che si facesse la rivoluzione? Adriano Sofri: È difficile dire; c’è una cosa che scrivevo l’altro giorno a Guido Viale. A quell’epoca noi non avremmo potuto discutere una domanda come quella che stai ponendo adesso tu, era una specie di tabù perché non l’avremmo discussa tra noi e noi, cioè avremmo represso dentro di noi il dubbio che non si dovesse fare la rivoluzione. Questa era la premessa, dopo di cui veniva il decalogo dei comandamenti. Ciascuno, ancora di più noi che eravamo i cosiddetti leader, io poi ero uno di una sicurezza straordinaria, ero l’incarnazione fisica e simbolica della rassicurazione data ad altri ma naturalmente dentro di me sentivo fortissimo questo peso ottundente della responsabilità e naturalmente del dubbio, cercava di essere all’altezza del ruolo, ma anche che la cosa fosse all’altezza di se stessa. Dicevo che Guido Viale mi ha mandato una cosa da leggere, lui è sempre molto intelligente, uno dei più bravi e poi gli voglio molto bene, una sorta di memoria di tutta la sua vita, bella: mi è tornato in mente che una delle rarissime volte, ma anche con Mauro Rostagno una volta successe (erano poche le persone con cui poteva succedere allora), che una notte alla fine di chissà quale impegno di questi che ci tenevano a fare gli straordinari (la nostra vita era un unico straordinario), eravamo rimasti, non so perché se per qualche macchina che ci aveva dimenticati o benzina che non c’era, seduti sul bordo di un marciapiede sfiniti, io e lui. Un po’ prima dell’alba, in una città vuota, mi ricordo che, non so per iniziativa di chi, credo mia, quella volta esplicitamente noi ci siamo detti: ma può succedere veramente questa cosa? Dopo non siamo andati molto avanti, però la cosa era stata detta, il seme della dissoluzione era stato non gettato ma era caduto li.

Giorgio Gaber: lo ho sempre avuto un’idea diversa, io non ho mai pensato alla rivoluzione, ho sempre pensato ad una rivoluzione culturale, questo mi aveva affascinato di voi, essendo un po’ più grande, io mi ero accostato e voi eravate già partiti. La cosa che più mi aveva affascinato era l’atteggiamento mentale diverso rispetto al resto e quindi pensavo che questo avrebbe cambiato le cose.

Majid Valcarenghi: Però scusa, questo c’è stato: adesso è finito, però ha influenzato e modificato una generazione.

Adriano Sofri: Sì, però modificato non vuol dire la rivoluzione; la rivoluzione a cui noi pensavamo era accontentarci, postumamente, dei cambiamenti che ci sono stati e che spesso sono avvenuti nonostante noi. Per esempio i cambiamenti nella vita sessuale, nelle libertà: noi eravamo contemporaneamente molto più liberi della società in cui ci muovevamo, ma molto più pieni di pregiudizi di qualunque persona venuta da altre esperienze o arrivata dopo. Io sono contrario ad abbellire le cose, per esempio per quel che riguarda me, che ero pieno di pregiudizi, ma la cosa principale è che noi veramente pensavamo alla rivoluzione come ad una radicale conversione: quando noi diciamo l’”Uomo Nuovo”, come diceva peraltro mezzo socialismo internazionale usando un linguaggio tipicamente cristiano di rinascita, di rinnovamento, di conversione, cioè un mutamento radicale di sé, era una cosa in cui credevamo fortissimamente. Noi pensavamo davvero che il mondo, e noi stessi con lui, potessero essere rifatti da capo a fondo; e questa è una cosa tipica delle esperienze rivoluzionarie e di rinnovamento radicale che ciclicamente si sono presentate. Quando tu scopri che questa cosa non solo non succede ma rischia di provocare dei guai disastrosi, cioè che un’utopia così forte rischia di tramutarsi in una cosa violenta, totalitaria, in una sopraffazione, in una perdita di sé, il rischio è che tu tramuti in buon senso questa specie di ragionevolezza anti chirurgica che ti prende ad un certo punto, omeopatica, cauta, circospetta, perché sei un convalescente. Il rischio è che questa convalescenza, assolutamente salutare, necessaria, si tramuti a sua volta in un eccesso, in troppa grazia; e cioè che ci faccia accettare l’assurdità del mondo così com’è. Il mondo così com’è è assolutamente intollerabile, se tu ci pensi per due ore di seguito diventi matto, devi interrompere ogni cinque minuti, la fame nel mondo, i bambini, l’Africa, l’aids, le guerre: puoi prenderne solo un pezzetto e amministrarlo nella tua vita normale in questa parte del mondo perché altrimenti puoi solo darti fuoco oppure correre nudo con la dinamite intorno alla pancia contro un sottosegretario. Io temo che in questa convalescenza molti abbiano lasciato le penne, in un certo senso anch’io forse in una certa misura. 

Giorgio Gaber: Siamo guariti insomma...

Adriano Sofri: Siamo guariti a tal punto da diventare rassegnati apologeti; io voglio bene anche a quelli di bocca buona e i più facili, quelli più amaramente rassegnati a questo, persone così spaventate della chirurgia da non accettare di operarsi nemmeno quando non riescono più a muoversi. Quando tu descrivi il mondo, come hai cominciato a fare quasi per scherzo adesso qui, e lo descrivi facendo due passi di lato e vedendo a quale punto di assurdità, di iniquità, di violenza, di sofferenza è arrivata la macchina che nessuno più guida (perché tu puoi dire le multinazionali, puoi dire Clinton, puoi dire Bush, ma non [a guida nessuno), una macchina la cui inerzia è superiore a qualunque capacità non solo di controllo ma anche di comprensione, e contemporaneamente sai che se affronti questo problema, se dichiari in tutta la sua portata la malvagità e la perversione del mondo così come va, ti privi della possibilità di mettere un po’ di riparo alle cose che hai di fronte. Cioè sei rimesso di fronte all’eventualità della rivoluzione avendo scoperto che non funziona, che non ce la fa, perché questa forza d’inerzia della macchina che fa si che altri allegramente trascinati verso l’abisso proprio ma soprattutto altrui, è una forza d’inerzia superiore alla tua stessa capacità di guidarla da un’altra parte. Dunque una generazione come la nostra, la generazione dei viventi di oggi in questa misura spropositata, superiore, dicono, all’esistenza di tutte le generazioni precedenti (quando si fa il giudizio universale i vivi sono più di tutti i morti che sono venuti prima) non può porsi nei confronti del destino della terra, di sé stessa, degli altri animali se non il fine della riparazione. Cioè non può immaginarsi né soluzioni dei problemi, né ricreazioni, né rivoluzioni, mentre questo mondo, questa macchina, nel suo percorso centrale ha trovato la propria parola d’ordine invincibile e trionfale nella “rottamazione”. La rottamazione è esattamente il contrario, tu pigli e butti via, aumenti la discarica che si sta ingrandendo e mangiando quella parte che non è di discarica, a scapito della riparazione. Io sono uno, alla mia età, che ha memoria e immediatamente nostalgia per il calzolaio che risuola le scarpe, della vecchia automobile (io non ho mai avuto la patente) scassata e riparata con i pezzi di ricambio trovati dallo sfasciacarrozze. Leggevo oggi sul “Sole 24 ore” (non perdo niente qua dentro, non ho più la cultura ma ho una quantità di notizie vertiginosa, chiuso in quella cella) le notizie sulle vendite di automobili in Italia, che ha superato tutti i record nell’anno trascorso; è abbastanza impressionante ma il mercato dell’usato è ormai ridotto al lumicino e tutti quanti comprano auto nuove: e c’è una crescita di cilindrata, di velocità, poi tutti fermi per 130 chilometri. Io con le auto non ho avuto bisogno di pentimenti perché non ho mai cominciato la carriera, ero felicissimo quando noi bloccavamo la carriera. Questa è la cosa: un mondo assolutamente pieno dalla nostra parte; noi abbiamo la caduta demografica ma quello è un criterio assolutamente sbagliato per valutare il rapporto fra esseri e spazi a loro destinati. Noi abbiamo un incremento di automobili che è la vera natura della nostra longevità e caduta di natalità; abbiamo due automobili a testa, ferme, che occupano spazio, e contemporaneamente cessiamo di riparare l’automobile precedente anche se è ancora nuova e può andare per altri 300.000 chilometri, troviamo tutti gli argomenti, gli sconti favorevoli alla rottamazione e all’acquisto di nuove auto.

Giorgio Gaber: Quindi la “rottamazione” in 12 contrapposizione alla “riparazione”.

Adriano Sofri: Secondo me sono i due criteri opposti della vita di ciascuno di noi; naturalmente si applica anche a noi, che possiamo personalmente essere rottamati (come succede ad una grandissima parte della popolazione umana mondiale) cioè buttati via, calpestati, ridotti ad un pacchettino perché non ingombri e sostituito da un altro. Per esempio la tecnica dei trapianti: è promettente, non me la sento di prendermela con gli studi sul genoma che permetteranno di superare le malattie genetiche (ho delle persone care che potrebbero essere curate con queste cose qui; il papa se gli dicono che con le cellule embrionali del nostro fratello surgelato si potrebbe risolvere il Parkinson pensi che non ci penserebbe? Io ci penso per lui). Dunque la rottamazione è il criterio vincente di una società che sa benissimo che moltiplicare per il numero dei cinesi l’esistenza di automobili, ferme in parcheggio o ferme in coda, significa immediatamente la fine del mondo. In Cina, che forse sono un miliardo e trecento milioni, ma forse di più, come dicono altri, perché non si fa il censimento da tempo e perché da tempo è del tutto occultata la presenza di neonati per via di questa tassa anti crescita demografica, da una decina di anni a questa parte hanno cominciato ad essere applicati nei centri metropolitani i divieti alla circolazione delle biciclette perché intralciano il traffico automobilistico. Questo per dire che questa assurdità o la guardi in faccia e allora puoi solo ritirarti, impazzire, morire, diventare santo, qualunque cosa, fare come te un concerto dei tuoi, sostanzialmente diventare matto, oppure non la guardi in faccia e fai il tuo pezzo di cosa, ripari il tuo pezzetto di cosa.

Giorgio Gaber: Ti aggiusti.

Adriano Sofri: Ti aggiusti, salvi la vita di quello, adotti quell’altro, disinfetti le ferite. Secondo me il problema della rivoluzione era questo. Per questo io penso che siamo stati l’ultima generazione, tra l’altro attardata, che ha potuto desiderare la rivoluzione, e immaginarsi il cambiamento in forma di rivoluzione.

Giorgio Gaber: Scusa se torno su questo argomento, ma tu non ha la sensazione che il Movimento parta non legato alla rivoluzione marxista, ma parta abbastanza spontaneamente antiautoritaristico, anticonsumistico e poi diventi decisamente di sinistra?

Adriano Sofri: Essere di sinistra allora era abbastanza automatico, ma è ovvio che non eri marxista.

Giorgio Gaber: Ma il tuo comunismo da dove viene?

Adriano Sofri: Qui le storie erano diverse. Il mio comunismo non era male. Ero anti-stalinista dall’infanzia per una specie di merito familiare.

Giorgio Gaber: Non intendevo chiederti questo. Tu sei in quell’epoca del rifiuto. Questo rifiuto è immediatamente politico oppure passa attraverso un rifiuto più generico che poi diventa politico?

Adriano Sofri: Sicuramente. La politicizzazione nel senso in cui parli tu è stata una cosa progressivamente imposta a questo Movimento che ha finito per soffocarlo. Siamo stati stupidi, abbiamo accettato di irrigidire sempre di più questa cosa con una dinamica abbastanza usuale che non ci faceva migliori di altri. Accettando come inevitabili i condizionamenti esterni, cioè che il nemico, invece di essere semplicemente un nemico con cui poter confrontare modelli diversi dell’esistenza umana e di organizzazione sociale, ammazzava la gente, e quindi bisognava essere in grado di contrastare un nemico che metteva una bomba a Piazza Fontana. E però era un alibi anche questo, solo che noi non lo sapevamo; eravamo stupidi, limitati.

Giorgio Gaber: Vietnam, Piazza Fontana, queste cose hanno portato verso quella parte. Io stavo pensando se questo Movimento non avesse ricevuto un condizionamento di tipo vecchio. Nasce con l’idea di un rifiuto.

Adriano Sofri: a differenza che oggi, per i più interessanti ragazzi di oggi, nasce da una voglia di rivolgimento, di rifiuto dell’ingiustizia, di rifiuto della mancanza di libertà. Secondo me erano due le cose: la fame nel mondo, l’intollerabilità di questo dolore, e la voglia di libertà. C’era questa volontà d’identificazione con il molto distante, con gli antipodi, e anche questo aveva i suoi pregi, ma alla lunga il suo grande difetto, la perdita di vicinanza, di carità per il prossimo, per quello vicino a te. A me pare che i ragazzi più interessanti di oggi abbiano invece fin dall’inizio questa specie di delimitazione del loro orizzonte verso il prossimo, che è quello del sapere di chi ti stai prendendo cura, e chi si sta prendendo cura di te.

[continua…]


PER APPROFONDIRE:
Libri di Adriano Sofri
CD di Giorgio Gaber
Libri di Majid Valcarenghi

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10 novembre 2006

Colloquio in carcere tra Sofri, Gaber e Valcarenghi (parte 3 – il grande fratello)

 
a cura di Antonio Priolo (Re nudo, marzo 2001)

 

[…continua da parte 2 – Il progresso e le masse; La questione femminile]


Giorgio
Gaber: “Il Grande Fratello” ha fatto sedici milioni di ascoltatori e questo lo hai visto: tu non credi che i colpevoli, che sono Gori, gli inventori, gli autori, coinvolgano la gente a tirar fuori il loro peggio ma che un bisogno di senso la gente ce l’abbia ancora?

Adriano Sofri: Ma guarda che io non ne dubito affatto, anzi sono convinto che quella che chiamiamo la “gente” sia come noi; questo che tu dici bisogno di senso, piacere nel trovare un senso alla propria vita e al rapporto con gli altri, sia la cosa che anima le persone, comprese le stronzate. Guarda, io che sono un moderato disfatto...

Giorgio Gaber: Un moderato disfatto?

Adriano Sofri: Sì, in via di disfacimento; che ci fossero delle cose che facessero simpatia anche nel “Grande Fratello”, dei meccanismi che nonostante la formula, che era veramente tesa a far dare alle persone il peggio di sé, e questo lo si vede praticamente quando le persone escono e nelle orrende trasmissioni televisive cui partecipano sono già migliori di se stessi dentro la casa, Quello è il meccanismo della cosa, un esperimento sadico che altrove solo gli psicologi hanno fatto chiudendo le persone in laboratorio, e che ora diventa la cosa cui aspirano tutti i ragazzi. Per esempio in galera, che è un posto così abominevole che qualunque attenuazione del rifiuto di questo posto, del disprezzo assoluto, dell’odio assoluto per questo posto, qualunque uso metaforico della galera vanno combattuti. Io sono qui dentro da quattro anni, con una pausa di qualche mese durante il quale ho vissuto il processo che è ancora peggio che stare qui, perché aspettavo sempre una tappa invece adesso ho chiuso: nei rapporti interni ad un posto come questo, tutti da quelli con i carcerieri, a quelli naturalmente con i carcerati, con questa popolazione che è una specie di deposito di feccia finale del bicchiere, i malati gravi, i ragazzi italiani tossicomani, i cosiddetti extracomunitari, giovani, poveri, senza nessuno, senza avvocati, c’è una specie di dimostrazione in negativo di che cosa potrebbe essere la vita delle persone in situazioni in cui la vita sembra pregiudicata, senza scampo. In tutti gli ultimi anni della mia vita ho fatto, un po’ per scelta e un po’ per costrizione, comunella con persone che si trovavano in questa situazione: ho passato tre anni a Sarajevo, un lungo periodo in Cecenia, poi sono stato in posti meno tragici ma simili. Dunque con persone la cui vita era destituita di ogni dignità proprio dalle radici minime, materiali, alimentari, sanitarie, igieniche, la cui incolumità personale era messa a repentaglio momento dietro momento; anche qui dentro. E contemporaneamente persone nei cui comportamenti, nei cui pensieri e nella cui condizione c’è l’eventualità che la vita sia altra, che una specie di chiarezza maggiore su come potrebbe essere la vita emerge fortissima, che è la ragione per cui uno ci va volentieri, tranne la galera ovviamente. Il mio era un privilegio, io andavo in questi posti con un biglietto di ritorno in tasca, mentre qui c’è solo l’entrata.

Giorgio Gaber: Per questa gente è normale che ci sia la ricerca di un senso, però anche quelli che hanno goduto al “Grande Fratello” hanno bisogno di dare un senso alle cose, e sentono che il “Grande Fratello” non ha senso.

Adriano Sofri: Non so se lo sentono. Il mondo in cui noi siamo accontenta le persone persino imponendo dei desideri di cui poi si accontentano, desideri deviati, fessi, ottusi; però appena arriva una minaccia seria allora torna una specie di superstizione. Io a volte considero superstiziosi anche loro, questi nostri amici: questa specie di combinazione squadernata delle ultime pagine della rivista “Re Nudo”, questo mercatino di tutte le cose collegate tra loro per rappresentare una vita alternativa, delle abitudini alternative, una cultura alternativa; anche questa a volte mi sembra “superstiziosa”. Certo la più benevola nei confronti del proprio prossimo, quindi la meno incriminabile. Gli animali umani sono sempre, come diceva il tragico greco, meravigliosi e orribili. La vera differenza sta nel fatto che noi ad un certo punto abbiamo pensato che si potesse scegliere un corno del dilemma e darsi da fare perché le cose fossero meravigliose, rifiutandone l’orribilità. Dopodiché, forse per ragioni di pura fisiologia, come sostiene qualcuno, forse per ragioni molto più ragionevoli, come io penso, purtroppo abbiamo dovuto accorgerci che bisogna scegliere aggettivi meno estremi, misure più premurose, più affabili, persino che limitassero il danno piuttosto che cercarne il massimo. Il punto mi pare è che quando si rinuncia alla rivoluzione, come io ho fatto avendovi molto investito e contando veramente di farla, avrei dato la vita, come si dice (e in un certo senso l’ho data ma con una scadenza sbagliata!)...

[continua…]
 

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9 novembre 2006

Colloquio in carcere tra Sofri, Gaber e Valcarenghi (parte 2 – Il progresso e le masse; La questione femminile)

   
a cura di Antonio Priolo (Re nudo, marzo 2001)

[…continua da parte 1 – Il nostro Occidente]

Giorgio Gaber: Io ho sentito questo tuo discorso molto interessante, ma in questo periodo m’è venuto in mente una cosa di Pasolini che tu certamente ricorderai, quando dice che non ci può essere progresso senza sviluppo, ma che ci può essere sviluppo senza progresso. E mi pare che siamo esattamente in questa condizione, cioè tutto si sviluppa ma l’uomo peggiora: è la sensazione che io ho anche da un “Grande Fratello” europeo che non è più un fatto d’imbecillità generale, il sistema sta diventando imbecille. Questo mi porta a dire, e questa è la domanda che mi pongo anch’io per il mestiere che faccio, se c’è un abbandono totale del senso delle cose, e questo lo possiamo riferire anche a quella scienza che tu hai nominato, che va nel senso di cambiarti un braccio ma di non toglierti un raffreddore. È come se il senso volesse dire che c’è qualcosa che migliora la persona; ecco, non c’è più nulla che migliora la persona. Avrai seguito naturalmente alcuni avvenimenti, non so, due milioni e mezzo di giovani dal papa; io non sono credente, però sento che anche quel fenomeno è di consumo, non è di fede come fatto intimo o come fatto di crescita, che posso accettare, che non mi riguarda ma che posso accettare. L’ascolto di Padre Pio, l’ascolto del “Grande Fratello”, per me sono fenomeni simili, e mi fanno capire che c’è una produzione consumistica che ormai ha perso completamente di vista qualsiasi senso dell’arricchimento dell’individuo; ecco questo mi rende sgomento di fronte a tutto e mi fa paura e mi fa vivere peggio perché la gente non mi piace, proprio la gente, faccio fatica! Adesso quando sono entrato in questo carcere e questi qui alla porta sono stati gentili, mi sono sorpreso, c’è ancora qualcuno che è gentile; la qualità delle persone mi sembra che stia scadendo sempre di più, nell’ottica del discorso di Pasolini, per cui c’è uno sviluppo ormai paradossale ed un progresso totalmente nullo. Questo è un altro punto di vista che non si discosta molto da quello che dicevi tu prima, ma a me che mi occupo più delle facce della gente che della politica, perché non ne avrei la competenza, mi fa star male, mi fa sentire inutile. Mi sembra quasi che questa mancanza di senso non sia neanche colpa di questo o di quell’altro, ma mi sembra che sia proprio incapacità di affrontare un mercato che si sta sviluppando da solo ormai e che va in una direzione e nessuno sa dare risposte; neanche quelli che vorrebbero opporsi ma neanche quelli che vorrebbero aiutarlo, perché anche loro sono vittime di un meccanismo che sta andando da solo, un meccanismo invincibile. Questa è la mia sensazione. In tutte le vicende a cui assistiamo, compresa la tua, s’intravede dietro qualcosa di sporco, di oscuro, capisci poco; alla fine magari dico “Sofri è innocente e Marino è un testa di cazzo, basta guardarlo in faccia”, e mi fermo lì perché se vado avanti e mi perdo in tutte le cose faccio ancora più fatica a capire. Ti devi fermare ad una impressione iniziale. Non sono andato a vedere lo spettacolo di Fo, mi ha dato fastidio, non mi piace, cerchiamo di emozionarci diversamente, poi non so se ti abbia fatto male o ti abbia fatto bene...
Adriano Sofri: Non lo so nemmeno io però gli sono molto grato perché lui è anche una persona molto affettuosa e generosa, e questa cosa prevale in me su qualsiasi valutazione delle convenienze, criterio che ho ormai abbandonato da molto tempo in qualunque campo compresa la mia miserabile storia di cui adesso non vale la pena di parlare. Io sono sempre esitante rispetto a questi sentimenti che provo fortissimi sulla questione del progresso, che è ormai ben risolta, è chiaro che non c’è nessun progresso, è risolta da Leopardi, non c’era nemmeno bisogno di arrivare ai nostri giorni.
Giorgio Gaber: E no, perché la razza a cui io mi sono affezionato, perché sono un po’ più grande di voi... mi sono affezionato che voi eravate già una generazione successiva, e io sentivo questa voglia di senso, e non stiamo parlando di secoli fa...
Adriano Sofri: Certo, è una cosa che si è consumata nel giro delle nostre vite.
Giorgio Gaber: Devo dirti che, avendo ancora i teatri tutti esauriti quando ho la gamba a posto, forse un bisogno di senso c’è.
Adriano Sofri: Sì, ma anche i due milioni di ragazzi che vanno dal papa hanno, insieme alle cose che dicevi tu, un fortissimo bisogno di senso e di trovarlo in comune, cosa che ogni generazione cerca con strumenti diversi; e anche i loro comportamenti erano contemporaneamente gregari e al tempo stesso indipendenti.
Giorgio Gaber: Ecco, è su questa autonomia che io ho delle riserve. Ricordo una frase di Canetti che diceva che il palco del teatro distrugge la massa, cioè nel teatro ognuno è seduto ed è in qualche modo individuo di fronte a quello che sta succedendo, è per questo che ho scelto il teatro. La manifestazione di piazza crea la massa e annulla gli individui. Io ho sempre avuto paura di queste cose. Tuttora quando vedo, e le vedrai anche tu in televisione, queste adunate rispetto a certi gruppi musicali, o, che so, a Pavarotti, e vengono ripresi, e ti salutano, ho un restringimento di cuore, ho la sensazione che questi non siano individui ma siano inseriti in un processo di massa. Ecco perché il processo di massa anche della fede non mi suona come una prova di senso, ma mi suona come adesione acritica. Lo so che in qualche modo le masse una volta contavano...
Adriano Sofri: In quella nostra mitizzazione delle masse, compresa la parola sulla quale ho poi recuperato una bella citazione di Leopardi che ho usato recentemente “Le masse, questa leggiadra paroletta moderna” diceva sarcasticamente Leopardi, quindi come vedi già allora, in noi (fatte salve tutte le cazzate che non vale la pena di deplorare più, anche quello è consumato) c’era una fortissima ispirazione individualista dentro quel culto della partecipazione comune, collettiva; quando noi abbiamo fatto fallimento e dichiarato fallimento, ci siamo sciolti, è perché questa specie di fusione, lungi dall’accrescere, dall’arricchire la personalità individuale e la libertà individuale, le stava alienando e impoverendo, questa è stata la vera ragione per cui siamo andati a casa, no?
Giorgio Gaber: Settantasette?
Adriano Sofri: Settantasei, ma io Lotta Continua l’avrei già voluta sciogliere nel Settantacinque.

la questione femminile

Giorgio Gaber: Io seguivo da lontano, c’era anche la questione femminile?
Adriano Sofri: La questione femminile è stata cruciale per farci capire quelle cose lì perché le donne che si muovevano come un sol uomo con plotoni organizzati... Era però il principale modo di buttarci addosso questa specie di fallimento, questa specie di fondo toccato da una cosa che all’inizio era la più promettente e la più bella per noi giovani, compresi quelli che vanno dal papa, per questo io continuo ad avere una specie di paternalistica simpatia. Questa sorta di generosissimo mimetismo sociale che contraddistingueva la nostra militanza politica: la scelta di fare politica non aveva nulla a che fare con la professione politica, l’idea che ciascuno potesse diventare ciascun altro, confondersi con gli altri e attraverso questo diventare più ricco personalmente; questo cosiddetto Sessantotto, che è successo in tutti altri anni, aveva una cosa molto bella, nella quale io ero un vero campione, una specie di caso clinico, un po’ diversamente da me ma in modo forse ancora più magistrale, nel senso del talento circense, lo era Mauro Rostagno che era un suo intimo amico [rivolgendosi a Majid, ndr].
Giorgio Gaber: Anch’io lo conoscevo.
Adriano Sofri: ... e cioè persone giovani, di quelle quindi che non hanno bisogno di stabilire una distanza fisica fra sé e gli altri, anzi si danno gomitate, si abbracciano, si stanno addosso perché sanno di non assomigliare agli altri, mentre noi vecchi temiamo... Io se non avessi una cella privata, ho un buggigattolo, la cella più brutta del carcere dove però sono solo, sarei un uomo finito, mi taglierei come i ragazzi arabi. Allora in quella nostra scelta questo mimetismo sociale, questo somigliare all’altro come una identificazione che ci metteva cinque minuti a compiersi, parlare con l’altro, diventare l’altro, era un’esperienza straordinaria rispetto alla rigidità dei ruoli che questa società attribuiva, non so “tu sei nato li e farai solo questo, l’universitario, il sottotenente di marina, la sposa fedele e madre”, in questo mimetismo sociale di cui Lotta Continua era veramente la più alta espressione, che insegnava anche ai suoi adepti con l’esempio, al di là della linea politica e dei contenuti, c’era una fortissima ricchezza individuale, cioè s’imparavano le lingue, s’imparavano le facce, capite? Poi questa cosa decade e si tramuta esattamente nel contrario. Cioè alla fine non sai più chi sei, somigli a tutti e quindi più a nessuno, ti comporti in modo conformista, gregario; dunque quando arrivano le donne e ti sbattono in faccia questa realtà gergale, militante, manesca, tutte cose che caratterizzavano questa degenerazione quasi fisiologica di questa parabola, e soprattutto ti dicono che tu non puoi diventare donna, puoi diventare operaio, immigrato, tedesco, sardo, ma non puoi diventare donna, anche se qualcuno ci ha provato. E dunque perché non torni a chiederti chi sei? Questa è stata la cosa molto bella del femminismo, che io considero di tutte le esperienze della mia vita la più preziosa, quella a cui devo di più, umanamente, anche teoricamente, culturalmente.
Giorgio Gaber: lo nel Settantasei facevo uno spettacolo che si chiamava “Libertà obbligatoria” che riecheggiava questi temi di cui stai parlando. A quel punto ebbi il coraggio, o per lo meno la spudoratezza, di usare la parola “noi”, cosa che prima non ero riuscito a fare fisicamente. Ecco, nel Settantasei uso la parola “noi”, nel Settantotto non ce la faccio più ad usarla, e parlo in prima persona. Quello è stato proprio un momento cruciale, io ho odiato il Settantasette...
Adriano Sofri: Anch’io, il Settantasette è uno dei miei vanti; cioè io dissi nel Settantasette, e confermo, che era una di quelle circostanze in cui mi sarebbe piaciuto poter dire ai miei nipoti “io non c’ero”. Questi sabato pomeriggio di Roma su Cossiga, i ragazzini con le pistole in tasca, erano giorni molto brutti, veramente.
Giorgio Gaber: Io facevo il cantante ed ero già affermato...
Adriano Sofri: E lo so bene, io le so le tue canzoni.
Giorgio Gaber: Ombretta studiava russo e cinese alla Statale, russo e cinese guardacaso, alla Statale, ed io andavo a prenderla, però andavo a prenderla con la macchina che avevo, che era una macchina da cantante, che era una Jaguar 4200, e la sensazione che ebbi allora fu una sensazione di mio disagio; non gliene fregava niente a nessuno che io avessi la Jaguar perché ritenevano che i valori fossero degli altri, e questo mi mise un po’ nella merda. Questo succedeva nel ‘69 all’Università. Quando poi invece ho visto scritto sui muri “liquori gratis” ho capito che volevano anche loro la fettina di merda e questo non mi è piaciuto più, perché culturalmente non erano diversi dagli altri.
Adriano Sofri: io mi ricordo il lusso, i ragazzi del Settantasette inventarono il concetto di “abbiamo diritto al lusso”, che era una bella idea se a dirla era un barbone, ma che in bocca a loro diventava una scempiaggine.
[continua…]


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Libri di Adriano Sofri
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8 novembre 2006

Colloquio in carcere tra Sofri, Gaber e Valcarenghi (parte 1 – Il nostro Occidente)

  
a cura di Antonio Priolo (Re nudo, marzo 2001)

PARLIAMO DI DUE PERSONE LA CUI PIÙ ALTA ASPIRAZIONE È AVVICINARE IL PIÙ POSSIBILE LE PAROLE DETTE ALLA CONDOTTA DELLA PROPRIA VITA: GIORGIO GABER E ADRIANO SOFRI

L’atteggiamento tenuto da Adriano di fronte alla pazzesca vicenda giudiziaria che, ahilui!, lo riguarda ne è una dimostrazione. Il rifiuto di Giorgio di fare stritolare le sue idee dal sistema televisivo e dal mercato discografico ne è una testimonianza. Adriano Sofri ha sempre seguito Gaber e il suo lavoro. Giorgio Gaber aveva avuto all’epoca una certa simpatia per Lotta Continua e ha seguito con preoccupazione il calvario di Sofri. Ma non si erano mai incontrati.  C’era stata un’occasione, in verità: una delle presentazioni di Re Nudo a Sant’Arcangelo di Romagna, nel 1997, dove si presentò soltanto Adriano per un’indisposizione di Giorgio. Adriano ne rimase deluso, così, a distanza di qualche anno, Giorgio ha accettato l’invito di Re Nudo ad incontrare Adriano nel carcere di Pisa. Lo abbiamo accompagnato io e Majid Valcarenghi. Si è parlato molto e anche riso, e tentiamo qui di riportare in modo abbastanza fedele una cosa che non è un’intervista, per cui potrebbe talvolta essere di difficile lettura. Ma ne vale la pena.

Il nostro Occidente

Adriano Sofri
: Noi abbiamo in Occidente una popolazione vecchia, cui apparteniamo anche noi, ahimé, cioè è longeva, rincoglionita, visto il consumismo di cosi rapido riciclo, rincoglionita dal ritorno di superstizione, il più pacchiano, il più triviale e il più dilagante. Questa popolazione è spaventata dall’eventualità che tutto questo le sia minacciato, dal mondo giovane. A me sembra che la cosa sconfortante del mondo moderno sia esattamente questa specie di instupidimento di persone che la sanno molto più lunga, in teoria, per un verso, e per l’altro verso l’incattivimento preventivo, per cosi dire, di avarizia, di chiusura preventiva delle stesse persone. Dunque questo mi fa pensare che il mondo è brutto, e la discussione non so se ha senso se non a partire dal fatto che il mondo è spacciato...  
Giorgio Gaber: Certo, su questo siamo d’accordo... 
Adriano Sofri: Certo, e la differenza non è tra catastrofisti ed ottimisti, secondo me, ma fra chi, pensando che il mondo sia spacciato, continua a lavarsi la faccia, a tagliarsi le unghie, come si fa con i malati terminali quando ci si prende cura di loro, e chi invece molla e diventa barbone subito, accelera l’agonia. Noi stiamo parlando tra persone che sanno che il mondo è spacciato e si tagliano ancora le unghie. A me sembra molto triste il fatto che un territorio, per me, forse, a differenza che per te [rivolgendosi a Majid, ndr], come l’Europa, assolutamente privilegiato dal punto di vista culturale, civile e morale, sia attraversato da una cattiveria e da una paura che rischiano di travolgerla: in Italia forse è ancora meno forte che in altri paesi, ma questa cosa avviene in Danimarca, visto il risultato del referendum [sull’ingresso nell’Euro, ndr], in Norvegia, che io conosco, conoscevo bene e amo molto, io ho una compagna norvegese; in Norvegia c’è l’affermazione di un partito apertamente fascista, come si può dire fascista di un paese scandinavo, il Partito Contadino, che ha preso il 30-35%. Cose di questo genere attraversano tutta l’Europa e tolgono l’unica specie di rassicurazione che fino ad oggi abbiamo avuto rispetto a questi anni lunghi d’incubazione di questo incattivimento, che era l’idea che l’unità europea, l’ingresso in Europa, avrebbero fatto argine agli estremismi e agli integralismi più fanatici. Ora il problema è che rischia di cedere, l’Europa, di fronte a tutto questo: una volta che cede la Germania, per intenderci, siamo fritti, come sempre per altro. Ma ci sono molti segni, molti scricchiolii di questo genere. L’Europa centro-orientale che adesso deve entrare nell’Unione, ad esempio: avrete visto le elezioni in Romania, che sono state poco commentate ma avrebbero meritato un’attenzione molto maggiore dal punto di vista esemplare. Nelle elezioni in Romania, che, come sapete, è un Paese dove la miseria è veramente brutale ed abbrutente per le persone – come rivela il carattere dell’immigrazione che riceviamo dalla Romania, persone anche con un livello d’istruzione alto perché li funzionava l’istruzione pubblica, – i concorrenti elettorali erano un partito apertamente nazista, che dichiarava di voler fare i ghetti chiusi con i muri per gli zingari, gli ebrei, gli ungheresi della Voivodina, di concentrarli tutti in un ghetto, ma non metaforico, che era il principale concorrente della coalizione al potere, e poi c’era un partito capeggiato da un ex alto burocrate della nomenklatura di Ceausescu. Per fortuna hanno vinto gli ex comunisti dell’apparato, capisci? L’alternativa era tra la vittoria di un raggruppamento nazista e uno di ex stalinisti. È stato visto come uno scampato pericolo, capite? Questi sono paesi che stanno giustamente per entrare nell’Unione Europea. Dunque questa cosa che abbiamo scoperto da tanto tempo, che non c’è progresso, che ci sono continui andate e ritorni, a me mi viene da pensare che, forse senza accorgercene, da un po’ di anni siamo entrati in una di queste fasi di regressione che segnarono l’avvento dei fascismi, dei totalitarismi, l’altra volta. Non significa, questo, il ritorno di quei fascismi e di quei totalitarismi che non hanno nessuna possibilità. 
Giorgio Gaber: Forse sono stati i periodi più alti quelli delle socialdemocrazie, da un punto di vista della qualità dei rapporti, rivisti adesso da lontano. 
Adriano Sofri: Credo di si, e non soltanto gli anni della socialdemocrazia, ma anche della Democrazia Cristiana, perché in Germania e in Italia è questo.
Giorgio
Gaber: Io mi riferivo alle socialdemocrazie nordiche. 
Adriano Sofri: Sì, ma c’era anche una coincidenza collaterale: quel periodo dalla ricostruzione alla prima costruzione europea, che noi vedevamo come loscamente mediocre, perciò lo odiavamo tanto, perché era mediocre, quando ci sembrava che le cose mediocri fossero le peggiori, e invece ce ne sono di molto peggiori che di mediocri. Comunque succedono cose nuove e così travolgenti che uno sa di non poterle maneggiare neanche mentalmente, come tutte le questioni scientifiche, genetiche, il genoma. Cose fantastiche, e al tempo quelle vecchie e peggiori non spariscono affatto ma si ringalluzziscono. 
Majid Valcarenghi: Secondo me c’è un appiattimento mortale; dicevo prima a Giorgio che come nei grandi media ci sono solo alcuni giullari, come Grillo o a “Striscia la notizia”, che attraverso la battuta riescono a dire qualcosa, sulla stampa ci sono i vecchi saggi come Montanelli, Ceronetti, Bobbio, le sole persone che dicono qualcosa rompendo gli equilibri, i patti non scritti e conformi, tu li avrai seguiti...
Adriano Sofri: Io seguo tutto perché sono in galera, ti posso dire tutto sull’ultimo fidanzato di Anna Falchi come sulla politica internazionale...
Giorgio Gaber
: A proposito, Montanelli come s’è espresso sul tuo caso?
Adriano Sofri: Ciclicamente, cioè dicendo cose di volta in volta a favore o contro, impermalosendosi quando gli sembrava che io dicessi cose sgradevoli; sostanzialmente alla fine diceva che bisognava darmi la grazia, chiudere tutto questo, ma insomma con un andamento molto alterno. È molto scandalizzato dalla mia arroganza, superbia, alterigia. 
 
Giorgio Gaber
: Anche io sono molto incazzato per il fatto che tu abbia accettato bene o male questa giustizia italiana di merda. Avrei fatto il tifo che tu te ne fossi andato. Umanamente questo te lo devo dire.
Adriano Sofri: Ma io non l’ho accettata questa giustizia... 
 
Giorgio Gaber
: Mi hanno detto che su queste cose non transigi.
Adriano Sofri: Ma no, transigo tra me e me ma fuori fingo di non transigere sennò non riuscirei più, avrei dei problemi all’anca insuperabili; pagherebbe il corpo.
[continua...]

PER APPROFONDIRE:
Libri di Adriano Sofri

CD di Giorgio Gaber
Libri di Majid Valcarenghi

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7 novembre 2006

Tibet, terra sospesa tra Shangri-la e Pechino




di Massimo Lensi (Re Nudo gennaio 2004)

Nel mondo ci sono simboli dalla natura strana. Imponderabili e intimi, provocano cambiamenti nella vita di ciascuno di noi. Anche quando non ce ne accorgiamo oppure non vogliamo. A volte se ne prende consapevolezza subito, altre volte dopo anni, qualche volta mai. I simboli però vanno interpretati. D'altronde cosa fare di fronte al chiodo sacro, al cubito, alla runa, al golem, all'idromele, al mandala, al makara e al linga, se non cercare di interpretare il messaggio? La parola simbolo ha subìto nel tempo importanti variazioni di significato. Si è passati in un battito di ciglia dallo studio della metafora a quello della parabola o dell'apologo. Oggi, per fortuna, i simboli conoscono però una nuova popolarità. L'immaginazione non è più irrisa, è anzi uso quotidiano nel corso del giorno e della notte, nel nostro linguaggio, nei gesti e nei segni. È parente dell’ironia e dell’incrocio delle idee, smitizza il sapere accademico. Che ce ne accorgiamo o no, ognuno di noi usa i simboli, perché sono il centro, il cuore, della nostra vita immaginativa, rivelano i segreti dell'inconscio, ci conducono per mano alle fonti più nascoste, quelle che motivano le azioni e aprono lo spirito all'ignoto e all'infinito. Un viaggio interiore non privo di difficoltà e di paura. Nella mia vita, uno dei simboli di maggior importanza è stato il Tibet. Certo, il tetto del mondo è terra reale, per alcuni versi viva e moderna, ma racchiude in sé un portato di immaginazione unico al mondo. Difatti, dal primo incontro non me ne sono più liberato. Convive placidamente nella mia libreria, nei siti Internet che contatto, negli articoli che scrivo e nella mia mente. Ora sono qui a scrivere, a cercare di raccontare questo viaggio. Un percorso a metà strada, come sempre, tra il reale, il politico (nel senso della polis) e l'immaginario. Tra Shangri-la e l'Oriente.

 

Impressioni personali sull'Oceano di Saggezza

Occhi marrone scuro filtrati da occhialini, sempre uguali o forse sempre gli stessi, stile professore miope di liceo anni '70, grande gesticolatore, abitué di grandi raduni, sorriso affascinante, risata accattivante, vero globe trotter dei diritti umani, essenza della compassione, Premio Nobel per la pace, "geshe" ovvero gran dottore di studi di buddismo, esperto di materie come Pramana, Madhyamika, Prajnaparamita, Abidharma e Vinaya, amante del bricolage, nemico delle buone maniere affettate, istintivo, genuino, Tenzin Gyatso, Oceano di Saggezza, Kundun, in altre parole il XIV Dalai Lama è davvero il mio forte e laico legame con il Tibet. Forse l'unico. Un legame indissolubile, a volte ondivago, che spunta però ogni qualvolta mi capita sottomano un articolo, un libro, qualcosa che mi parli di lui. Accade. Caspita che grand'uomo, ho sempre pensato tra me e me. E pensare che ho avuto anche la fortuna di incontrarlo tre o quattro volte, per lo più a Budapest dove ho trascorso molti anni della mia vita. A Budapest, che strano, mi occupavo, pur in piccola e davvero insufficiente parte, anche di Tibet. O meglio, come si dovrebbe dire di regola, della causa tibetana. Bella emozione, quel primo incontro. Era una fredda e soleggiata giornata novembrina e mi trovavo ad attenderlo all'interno del vecchio Palasport della capitale magiara. Me ne stavo imbacuccato come un esploratore in Groenlandia, mentre il Dalai Lama, come al solito, vestiva la sua tunica granata bordata d'oro, le braccia scoperte. Sentivo freddo solo a guardarlo. Ero appena agli inizi della mia scalata ai misteri del Tibet e quel breve incontro si rivelò fondamentale. Non aspettavo altro. Sentii, infatti, salire dentro di me quella strana passione, come un vero bruciore di stomaco, che mi avrebbe piacevolmente divorato negli anni a seguire e che mi portò ad organizzare manifestazioni, sit-in, walk around, scioperi della fame e a conoscere una serie infinita di supporter del Tibet Libero, sparsi qua e là per i cinque continenti. Come non citare Piero Verni, un caro amico allora presidente di Italia-Tibet, oppure Marcelle Roux di France-Tibet, o ancora i tanti esiliati tibetani della comunità svizzera e i Tibet Support Group di Marsiglia, Lione, Budapest, Ginevra e Bruxelles. Back. L'incontro terminò cianciando del più e del meno, chiacchiere in libertà sul freddo, sui libri che mi suggerì, a modo suo, di leggere e sul Danubio, gran bel fiume. Alla fine ebbi nitida l'impressione che si fosse un po' confuso, scambiandomi per il classico ungherese. Glielo feci notare. Nessun problema, mi disse, ed ecco che con ritmo brioso Kundun decise di farmi conoscere prima il suo il gran sorriso e poi la strizzata di occhi e il morbido dondolio del busto. Alla fine, ridacchiando alla sua maniera, mi salutò. Il buontempone. Una nota a piè pagina: tutto il trambusto di incontri, marce e sventolio di bandierine del Tibet, nacque, in origine, più dalla mia militanza nel Partito Radicale Transnazionale che da altro. Militanza peraltro già nota ai lettori e che, benché ormai lontana, fa parte necessaria del gioco vitale dell'appartenenza, un po' come la tela di Penelope: la notte distruggi ciò che il giorno crei, ma quella tela poi rimane nel tuo vissuto per sempre. Se a qualcosa questa militanza politica è stata utile, ecco questa è proprio la giusta occasione per far finta di niente. Tutto, vivaddio, è un gioco nel misterioso ciclo delle rinascite. Una volta fiore, un'altra papero.

Free Tibet ovvero la storia

di Godzilla contro il Bene

Ma cosa significa, veramente, quel Free Tibet? Nel corso degli anni, tante volte, mi sono domandato quale sia realmente la misteriosa causa tibetana, tanto che alla fine, sconfitto, ho deciso di lasciar perdere. Come che fosse, provai il bisogno di mettermi per un po' di tempo alla finestra. A guardare e cercare di capire. Free Tibet è per caso l'indipendenza? Oppure forse la genuina autonomia? La cosiddetta "via di mezzo"? Oppure un volemose-bbene piantato lì un po' a casaccio nelle more dei tanti tentativi di aprire i colloqui segreti con Pechino? È un modo forse per ringiovanire? Una moda? Un furore hollywoodiano? Una forma di turismo responsabile? E intelligente? Una necessità interiore? Una conversione? È una battaglia politica della destra? O della sinistra? O più semplicemente è un segnale di pace rivolto ai cinesi che dal 1949 occupano il tetto del mondo e hanno spaccato in due la vita di quel popolo, mettendo da un parte i vecchi del tempo che non tornerà mai più, con le loro abitudini, cibi, bevande, cultura e nenie, i ricordi delle superbe cerimonie nel tempio del Jokhang e dall'altra le generazioni miste, un po' tibetane un po' cinesi, gloriate dagli orridi karaoke, dai lupanari, dagli hamburger e da tutto ciò che si rifà ai nuovi costumi e sottende il socialismo di mercato made in China. Insomma, non sempre ho avuto chiaro in mente cosa esattamente volessero e chiedessero i tibetani, o meglio la gerarchia, il Kashag e cioè il Governo tibetano in esilio a Dharamsala, la piccola cittadina abboccata sui primi dolci versanti indiani della catena dell’Himalaya. D'altronde vorrei fosse chiaro che per me evitare qualsiasi pista buonista, no/new global o glocal, è materia non affatto secondaria: sapete, quella roba strana che condanna a prescindere la scomparsa di un’arcaica cultura a causa dell'avanzata selvaggia del Godzilla liberista. Finora lo sviluppo, perfino quello "sostenibile", non si è mai imposto da solo né per vizio ha scelto il mostruoso o l'arcaico. Dai tempi della via della Seta, dei Vichinghi e di Cristoforo Colombo fino ai grigi giorni nostri gli accadimenti sono sempre stati più complicati di quanto si vorrebbe. Potremmo dire meno lineari o intimamente collegati tra loro: sono i terreni di confine, bordati di chiaroscuro, quelli che contengono molte volte un pizzico di verità in più. Benvenute siano, quindi, le infrastrutture, i vaccini, le scuole e gli ospedali, anche in terre come quelle tibetane dove le malattie mietono vittime e le condizioni igieniche sono, per così dire, un po’ trascurate. Sia gloria al sapone e alla penicillina, perdio. Tuttavia, capisco anche che in questo mondo la rumba dei batteri e degli anticorpi abbia una sua non poco frizzante validità, e che al progresso macina-tutto si debba contrapporre per teoria di evoluzione la difesa dei vecchi valori. Alla Coca Cola di marca yankee, il tè col burro salato. A Shangri-la, la Lhasa odierna. È proprio vero: la "via di mezzo" è l'unica soluzione, come sempre. Eppure, ancora oggi mi stupisce, specialmente dopo i caldi giorni della guerra in Iraq, come la questione tibetana non sia quasi mai stata accolta dal popolo della pace, quello delle marce Perugia Assisi e dintorni, anzi, sia stata proprio da quel popolo molte volte beffeggiata come se, chessò, il Tibet fosse solo una faccenduola privata e riservata nonché primitiva di qualche monaco buddista variamente sclerato. Perché, mi chiedo, ci si ostina ancora a non voler capire che non sono i modelli economici, la povertà e le malattie a far la vera differenza tra una società felice ed una disperata? Perché ancora si vuole chiudere gli occhi sulle violazioni dei diritti dell'uomo? Su questa centralità della bestia umana che altro non è che la cifra della libertà, la bestemmia cioè di scegliere il modello economico, il partito, la fede, la lingua, il lavoro che si vuole in un ampio ventaglio di possibilità. Dove tutto nasce e dove, se viene a mancare, tutto muore. Certo, a volte sono necessari interventi d’urgenza nelle aeree di povertà, di fame e di guerra, ma come sostiene l'indiano Amartya Sen, premio Nobel per l'economia, senza libertà non c'è sviluppo. Per lui è solo con la ragione che la libertà può essere intesa in senso forte, non solo come libertà di agire, ma come libertà di conseguire la propria autorealizzazione, per liberare la nostra "immaginazione morale". Invece si sventola festosi la kefia palestinese e la bandiera rossa del Che, ma mai che ci si azzardi ad indossare, almeno per una volta cribbio, la kata tibetana, la sciarpa di seta bianca offerta all'ospite in segno di benvenuto e simbolo di nonviolenza. Mai. Davvero un bel mistero questo modernismo movimentista dal sapore ideologico e retrogusto amaro.

Mi scusi, la strada per Shangri-la? Seconda stella a destra...! Via, ma quella non era un'altra utopia?

Alla fine, un po' deluso dalla politica, un po' desideroso di scoprire quei luoghi affascinanti, preparai lo zaino, le scarpe da trekking e nell'autunno del 1998 mi decisi a partire alla scoperta del subcontinente indiano. Fiato alle trombe. Prima tappa: il Tibet. In questi giorni di fine ottobre ho cercato il mio diario di viaggio, un'agendina con la quale mi dedicavo al piacevole e infantile gioco della compressione dei miei pensieri: dalla libertà indiavolata della mente alla razionale messa a fuoco su carta. Una breve parte di quegli appunti la riverso qui, su Re Nudo, accettando però la regola dell'antico fissaggio: ora come allora. La tappa tibetana fu abbastanza breve, organizzata come facevano tutti a Kathmandu. Approfittando di un vento cinese allora favorevole, il Tibet si era finalmente "aperto" al turismo; dopo anni di totale chiusura causata dalle violente repressioni della polizia cinese di stanza a Lhasa contro nutriti gruppi di manifestanti, civili e in tonaca, si poteva passare docilmente la frontiera grazie alla pratica dei visti di gruppo, massimo sei persone. Presi coraggio e a 2500 metri d'altezza attraversai la frontiera sino-nepalese a Zhang Mu, sulla Friendship Highway, con cinque sconosciuti agganciati al volo grazie ai messaggi affissi sulle formidabili bacheche delle guest house nepalesi, un canadese, due australiani e due british. Mi inoltravo col cuore in gola nella mia Shangri-la personale, un bignè di emozioni e aspettative, pagato con tanti bei dollaroni fruscianti, impilati uno sull'altro sopra il tavolo di una bieca, quanto inaffidabile agenzia turistica nepalese. Un'agenzia con "seri contatti in Cina". Minchia, sai che roba! Insomma, una specie di conto alla rovescia con il ritorno ai danni del quotidiano. Uomo occidentale tra abominevoli omini cinesi. Il dagherrotipo dell'utopia a buon mercato. Ecco a voi alcuni brani di quel viaggio. Last: ripeto questi appunti per una sola ragione. Mi sono reso conto che le considerazioni politiche svolte allora, pur intessute da una filigrana di patente e giustificabile ingenuità, sono ahinoi tuttora valide. Cinque anni orsono i tibetani erano alle prese con l'avvio di tormentati colloqui segreti con Pechino, falliti dopo solo pochi mesi. Oggi sta accadendo lo stesso. Il sommesso pellegrinaggio si ripete.

Lamaland 1998. Knockin' on Heaven's Door

Cerco di prendere subito contatto e confidenza con l'altopiano tibetano, già nei primissimi chilometri dei tanti da fare, in questo lungo viaggio verso Lhasa. Tremilaottocento metri di altitudine, debito d'ossigeno, sole implacabile, aria frizzante e rarefatta ed un cielo azzurro, intenso, quasi ingombrante. Nella jeep che mi porta alla prima locanda tibetana prenotata, per forza di cose, a Kathmandu, mi vengono in mente i volti e le voci dei tanti amici e compagni di lotta di questi ultimi quattro anni di campagne per la libertà del Tibet. Amici conosciuti e rivisti tante volte a Budapest, Bruxelles, Ginevra, Bonn e ai quali da quattro anni proponiamo il Satyagraha nonviolento mondiale come unica soluzione pacifica e veramente politica per la questione tibetana. Ma penso anche, con una certa inquietudine, agli ultimi messaggi distensivi tra il Kashag tibetano e Pechino, alla via imboccata dal Dalai Lama verso colloqui segreti con il governo comunista di Zu. Alla fine, quindi, di una lotta nonviolenta durata quarant'anni per l'accettazione compromissoria dell'attuale status quo. Ma quale? Il viaggio è lunghissimo, stressante, tocchiamo numerose piccole città, a volte sono solo primitivi villaggi dove manca quasi tutto. Ci fermiamo a Lhatse, dove è posto il bivio per raggiungere in dieci giorni di fuoristrada il monte sacro dei tibetani, il Kailash. Dal villaggio si parte per visitare il monastero di Sakya. Poi, ripresa la strada maestra, è la volta di Shigatse, Gyantse e alla fine lei, la bella, la capitale, la città dei Dalai Lama, Lhasa.

Ma Lhasa non è più! Al suo posto i cinesi hanno costruito Lamaland, un parco giochi per turisti alla ricerca del Mistico o per facoltosi cinesi, tanti, che potranno poi testimoniare come, tutto sommato, i tibetani siano trattati con riguardo, tolleranza ed anche devozione dalle autorità della Regione autonoma del Tibet (TAR): un fantastico esempio del peggior Minculpop. A Lamaland, come in un qualsiasi parco-giochi del mondo, si paga per tutto. Mi occorrono gli yuan equivalenti ad una cena in ristorante per visitare il Potala o i monasteri di Drepung e Sera. Voglio comprare una kata, oppure un rosario tibetano, o una bandiera della preghiera? Le trovo al mercatino del Barkhor, attorno al più sacro monastero di Lhasa e forse di tutto il Tibet, il Jokhang, ma sono made in Hong Kong o Kathmandu! Modica spesa e souvenir esotico assicurato. Ma Lamaland è anche due città in una. Quella cinese, ben illuminata e pulita, con i suoi sfavillanti negozietti-emporio quasi occidentali, gli alberghi di lusso ed i ristorantini tipici. La parte tibetana invece è esattamente l'opposto di quella cinese: mal tenuta, buia. È la Riserva, dove l'occidentale riscopre il medioevo teocratico dei grandi lama. O almeno così crede, dopo aver annusato l'odore di burro di yak di cui è intrisa ferocemente l'aria. I giovani tibetani, vestiti con i rimasugli di qualche Rivoluzione Culturale, conoscono la propria lingua, reintrodotta a livello di insegnamento scolastico tre anni fa dalle autorità della TAR per, così penso, meglio preparare la Riserva, ed il cinese. I loro coetanei cinesi in più parlano l'inglese, si vestono con jeans e scarpette da ginnastica, ascoltano gli U2. Ma le etnie ormai si confondono sempre di più. I mezzo sangue sono la maggioranza nella comunità tibetana. Un paio di generazioni ancora e Pechino avrà ottenuto il tibetano perfetto, penso. La lenta e spassosa burocrazia dell'Immigration Office di Lhasa mi impedisce il viaggio al monte Kailash, ma riesco, nonostante l'avvicinarsi della scadenza del visto, ad effettuare qualche ulteriore escursione nei dintorni. Il lavoro di Pechino è formidabile, perfetto. Ovunque nei dintorni di Lhasa è Lamaland. Biglietti da pagare, monaci silenti da fotografare, paesaggi da ricordare, sotto il sole dei quattro mila e l'intenso azzurro del cielo del tetto del mondo. Una organizzazione capillare che non lascia spazio ad avventure o a soluzioni di viaggio alternative. Solo e sempre Lamaland.

L'ultimo giorno, mi inerpico su per le scale del Potala e inizio il lento, lunghissimo, percorso-pellegrinaggio tra le stanze del palazzo dei Dalai Lama. Il percorso deve essere rigidamente effettuato in senso orario, come vuole la tradizione, e ci si inoltra in pertugi strettissimi e scale ripidissime. Tibetani e turisti occidentali lo percorrono correttamente mentre dalla parte opposta giungono flussi di turisti cinesi che entrano dall'uscita, per marcare la loro distanza culturale dalle superstizioni religiose dei lama, creando degli ingorghi etnico-religiosi da brivido. Il Potala, così come Lhasa, è ormai cinese e le regole le scrivono loro. A Lamaland dopo le fatiche della giornata ci si può dedicare alla spedizione di esotiche email, a rischiare qualche yuan nei casinò dei tanti alberghi internazionali e a girare per le strade illuminate della parte cinese tra bordelli, ristorantini tipici e pub. Una città pronta ad afferrare i gusti di qualsiasi turismo, che arriva con sempre maggiore intensità anche dall'interno della Cina. Le previsioni della vigilia si stanno materializzando. Lhasa è proprio ciò che mi aspettavo: una brutta, falsa, città cinese, dove i tibetani sono stati trasformati in indiani della Riserva. Pensieri gettati al vento come le migliaia di bandiere di preghiera. E cosa racconterò di diverso da ciò che già sanno della loro terra, agli amici della comunità tibetana di Katmandu che mi avevano aiutato alla partenza? Che Lhasa non c'è più e che Sua Santità forse vuole chiudere quarant'anni di lotta nonviolenta per non perdere l'ultima delle battaglie: quella della reincarnazione del XV Dalai Lama. L'ultimo tassello mancante al trionfo finale di Pechino, la chiusura del problema tibetano e la conseguente glorificazione turistico-internazionale di Lamaland. Ma anche queste sono riflessioni fugaci, deboli, ispirate più dalla rabbia per ciò che vedo che dalla ragione. Il pensiero corre al milione e mezzo di tibetani uccisi e torturati. Penso al 10 marzo 1959. Dove è nascosto tutto ciò? Nella diaspora tibetana a Dharamsala o Zurigo? A Lamaland non vi è traccia, ovviamente, di niente. Forse i turisti più attenti hanno visto la libertà del Tibet negli occhi di un bimbo aggrappato alle spalle della propria madre su per le scale del Potala o forse hanno rivissuto il 10 marzo nel cielo, unico, indimenticabile, di Lhasa la mattina presto. Forse. Ma le emozioni non sono finite. Lamaland mi offre l'ultima scarica di adrenalina turistica: il volo della Southern China Airways per Kathmandu. Un'ora e mezzo da sogno tra l'Everest e il Lhotse, sull'Himalaya, affinché al turista dubbioso scompaiano anche gli ultimi interrogativi sulle condizioni di vita degli indiani della Riserva. Viva Lamaland. E dopo un mese, con un notevole senso di liberazione, lascio il Tibet.

Pubblicità progresso

No, non fraintendetemi. Non voglio inserire con chissà quale magia uno spot pubblicitario. Con la parola pubblicità intendo un'altra cosa. Un simbolo ancipite. Per di più del mondo d'oggi. I cinesi del Governo dacché il mondo è diventato villaggio globale, come si dice tra una tazza di tè e un pasticcino, i cinesi, dicevo, si sono trasformati in ottimi imbonitori. Riescono a far passare come sagge operazioni che inorridirebbero chiunque, aiutati come sono dai nuovi mezzi della tecnologia, dai satelliti alla Rete telematica. Il caso della libertà di religione è uno di questi. Pechino è riuscita a creare per il buddismo, tibetano e non, per il cristianesimo, ma anche per il confucianesimo e il taoismo, dapprima una logica, e poi una struttura di assorbimento. Agli occhi di un qualsiasi sociologo, è evidente che la religione, a maggior ragione quella buddista tibetana, apparentemente astrusa e medievale, rappresenti un'istituzione sociale in grado di essere complice dello Stato per opprimere e incatenare la gente più che liberarla. Ed ecco quindi intervenire il sacerdozio morale dello Stato, poco importa se totalitario. Via il Panchen Lama originale, sostituito con quello artificiale cinese, via la Chiesa di Roma, bypassata dalla Chiesa Patriottica, via i taoisti, i Falun Gong, via tutti. Una sola chiesa: lo Stato, il Partito. Un vero orrore. Logica e struttura. Law and Order. Se non fosse che poi, soltanto negli ultimi mesi, oltre 4000 amministratori pubblici e alti burocrati del Partito sono fuggiti all’estero, portandosi via l’equivalente di 510 milioni di Euro. Chiusa la pubblicità.

Tashiling (voglio vivere così col sole in fronte...)

Al rientro da Lhasa, il desiderio di vedere in prima persona le condizioni di vita dei profughi fu più forte di altre questioni. Passai perciò, un bel po' di tempo tra Bodnath, il quartiere periferico di Kathmandu sede logistica in Nepal dei tibetani della diaspora, e il campo profughi di Patan, la twin town della capitale nepalese, separata da quest'ultima solo dai fetori fecali del fiume Bagmati. Allora, pescando nel mio diario, riporto un brano della visita al campo di Tashiling, vicino Pokhara. Una specie di approdo, di ricerca, di ... rifugio. Perché come dicono i buddisti...

I take refuge in the Buddha, the Dharma and the Sangha

Dopo una mezzora di volo con la Buddha Air, atterro al piccolo aereoporto di Pokhara, la Rimini nepalese ai piedi dell'Annapurna,. Il bimotore dieci posti a elica Om conferma le simpatiche contaminazioni nepalesi tra religiosità e vita quotidiana. Immagino la faccia di un cattolico in Italia nell'apprendere che la rotta Roma-Milano è stata affidata all'aviomobile battezzato col nome Padre Nostro, possibilmente della Cristo Air: pura fantascienza. A Pokhara noleggio una durissima bicicletta indiana Hero, la mitica bicicletta degli hippy nei '60, e, arrancando tra vacche sacre, fatiscenti camion e migliaia di buche, arrivo dopo cinque chilometri di strada ad uno dei più famosi, meglio organizzati, campi per profughi tibetani del Nepal: Tashiling. Il campo accoglie circa mille rifugiati, di cui trecento nati in Tibet, in un'area dove sono state edificate nel tempo e non senza difficoltà, la scuola, il Tibetan Children Village, l'ospedale, la biblioteca ed anche un piccolo monastero di tradizione Gelug-pa, i berretti gialli del Dalai Lama. Il governo nepalese è già molto, mi dicono, se li ospita come rifugiati non politici: i confini con l'Impero cinese sono infatti più vicini di quanto si immagini. Le istituzioni locali però non sono ostili ed incoraggiano l'integrazione sociale e lavorativa dei tibetani. I finanziamenti sono decisi da Dharamsala ed in questo caso provengono da una fondazione tedesca, la "Herman Gmeiner" che sovvenziona tutte le attività sociali ed educative del campo. Faccio amicizia con una coppia di giovani. Lei, Rinzin, vent'anni, studentessa di Scienze Politiche a Kathmandu, lui Tenzin, ventiquattro anni, titolare di un piccolo negozio di artigianato tibetano a Pokhara. Nello zainetto  ho un po' di documentazione sulle iniziative europee per la libertà del Tibet, scaricate a Kathmandu dal sito dei radicali. Con loro e con altri intavolo una lunga discussione, spiegando come mai in occidente qualcuno abbia tra i suoi obiettivi quello della democrazia in Cina e del rispetto dei diritti umani, politici e religiosi in Tibet, così come nel Turkestan orientale e nella Mongolia interna: impresa non facile!

Nel frattempo mi fanno visitare il villaggio. Con ammirazione constato la buona organizzazione della vita del campo e mi domando cosa deciderebbero se mai fosse presentata loro l'opportunità di rientrare, liberi, in Tibet. Mi invitano a fermarmi per la cena e, tra una tsampa e qualche bicchiere della terribile chang, la birra tibetana a base di semi di miglio fermentati, racconto del mio recente viaggio in Tibet, e di come sia ridotta oggi la città dei Dalai Lama. Da questo orecchio, però non ci sentono. Per loro, specialmente per i giovani nati nella diaspora, rientrare in Tibet e lottare per cambiarlo è quasi un dovere. Avverto le influenze della mobilitazione del Tibetan Youth Congress, l'attivissima organizzazione giovanile tibetana. Discutiamo del Panchen Lama, il più giovane prigioniero politico del mondo, tenuto sotto sequestro in un villaggio della provincia di Gansu e delle recenti morti avvenute nell'immondo carcere di Drapchi, a Lhasa. L'ambiente si riscalda. Ormai siamo una ventina e noto una forte tensione tra questi amici nel credere di poter cambiare il presente, lo status quo. Il Dalai Lama si comporta opportunamente nel tentativo di intavolare colloqui segreti con Pechino. Lo fa, sostengono, per dare la possibilità del rientro, per datare la fine della diaspora: poi lotteremo! Tutto ciò mi fa paura: penso alle tre mende giornate dell'insurrezione di Lhasa, ai fatti del 1988 e penso che di sangue ne sia già scorso a sufficienza. Dico loro che l'unica via possibile, quella seguita da quarant'anni da Sua Santità, si basa sul dialogo nonviolento, sui negoziati sino-tibetani sotto gli occhi di tutto il mondo. Mi danno ragione, ma capisco che per loro la metodologia nonviolenta assume colori e connotati diversi dai miei. Non è un metodo, semmai uno slogan. Hanno scarsa dimestichezza di digiuni, scioperi della fame, boicottaggi, atti di resistenza nonviolenta o di disobbedienza civile. I monaci, loro certamente praticano queste forme di lotta: "noi siamo laici!". Però non sono terroristi, neanche lontanamente. C'è solo un po' di confusione e molta eccitazione per gli avvenimenti di queste ultime settimane, questa cosiddetta riapertura del dialogo tra Pechino e Dharamsala.

La serata si conclude con il consueto tè al burro di yak e gli ultimi sorrisi li dedichiamo alla spassosa notizia sulla Tv cinese, la sola, che sta per mandare in onda un serial di venti puntate, dal costo enorme di undici milioni di yuan e dall'impegnativo titolo "Storia e sviluppo della Regione autonoma del Tibet dalla sua liberazione nel 1950 ad oggi". No comment! A notte fonda rientro a Pokhara con la mente rivolta alla giornata passata a Tashiling e alle numerose domande rimaste senza risposta. Sapranno il Dalai Lama ed il suo il Kashag, al momento giusto, moderare le tensioni sociali, i pericoli che il rientro dei tibetani occidentalizzati della diaspora porterà con sé e convertirle in forme di lotta politica nonviolenta, in dialogo aperto con le istituzioni cinesi? O forse si sta giocando una pragmatica, questo certamente, ma quanto mai rischiosa carta nella ultra-decennale partita con Pechino? E quanto in tutto ciò è frutto della volontà politica del Kashag? Non so darmi ovviamente nessuna risposta. Il giorno seguente, andando verso l'aeroporto, rifletto che se avessimo investito più in contatti con le centinaia di campi profughi tibetani sparpagliati in Nepal ed India, forse oggi avremmo, noi per primi, una coscienza politica più chiara sulle campagne da fare per il Tibet. Ma i pensieri sono tristemente offuscati alla vista di Om, il carcassone della Buddha Air che mi aspetta sulla pista ai piedi dell'Annapurna. Destinazione Kathmandu, spero.

Ed oggi? Vicini veramente

ad una Intifada tibetana?

Coma sempre, senza una buona palla di vetro è difficile prevedere il futuro. La diaspora tibetana è in agitazione da qualche anno e lentamente qualcosa si sta muovendo. Ma è ancora troppo presto per definire un qualsivoglia percorso. Mentre scrivo - siamo alla fine del mese di ottobre 2003, a cinque anni da quel viaggio - le notizie mi spingono senza dubbi al pessimismo. Le burrascose vicende tibetane sono tornate, infatti, in superficie nel mese di settembre di quest'anno, alla conclusione del lungo viaggio americano del Dalai Lama. Un tour, durato tre settimane, concluso a Central Park, dove ad ascoltare le parole della XIV reincarnazione di Cenrezig, c'erano, secondo gli organizzatori, duecento mila persone. Un vero successo. È dal 1959, anno dell'esilio volontario in India, che il vecchio monaco percorre in lungo ed in largo il globo alla ricerca di nuovi sostenitori. Eppure Pechino non ha ceduto nemmeno un millimetro ed il Tibet rimane a tutti gli effetti una delle regioni autonome della Repubblica Popolare cinese, peraltro, come abbiamo visto, fra le più turistiche. Di recente si è però parlato di una nuova apertura dei colloqui segreti tra Pechino e Dharamsala.

A fine agosto, di rientro da un viaggio in terra cinese, l'inviato speciale del Dalai Lama, il potente Lodi Gyari, ha così dichiarato: "Siamo stati impressionati dall'attenzione e dalla sincerità mostrati dai leader cinesi nel corso dei nostri incontri". Dal canto suo, contravvenendo alla vecchia abitudine al silenzio quando sono in corso contatti, il Dalai Lama nelle ultime settimane ha illustrato alla stampa internazionale questo nuovo capitolo delle turbolente relazioni sino-tibetane, ribadendo tra l'altro la tesi della genuina - e cioè concreta ed effettiva - autonomia del Tibet come soluzione ottimale al decennale conflitto diplomatico. Ed è davvero con cura che negli Stati Uniti Sua Santità ha perorato sia la vecchia teoria del "un paese due sistemi", sia la possibilità di aprire un canale diretto col presidente cinese Hu Jintao. Forse lo stesso viaggio in Usa è da inscrivere in questo piano. Il Dalai Lama, si dice, avrebbe chiesto l'intercessione del presidente Bush per ottenere una maggiore apertura da Pechino. Nonostante le recenti aperture economiche indiane al colosso cinese non diano più ai tibetani la sicurezza d'un tempo, spingendoli a chiudere al più presto l'annosa questione, il Dalai Lama e la ristretta cerchia dei ministri del Kashag ritengono i colloqui tutt'altro che giunti ad un buon punto. "Non si discute ancora seriamente, stiamo cercando di instaurare la fiducia", ha sussurrato Sua Santità con una punta di amarezza a Radio Voice of America alla conclusione del tour negli Stati Uniti. Eppure a fine agosto Tenzin Gyatso aveva rilasciato un'importante intervista al quotidiano inglese "The Guardian", nella quale Kundun si mostrava di tutt'altro avviso. Dalle sue parole era emersa una Cina "confusa", che insegue bellicosamente il modello capitalista occidentale. "Penso che la maggior parte dei membri del Partito Comunista non abbia alcun credo genuino nell'ideologia comunista - cito testualmente -. La Cina sta cambiando. È nello stesso suo interesse essere critici riguardo alla politica attuale. Sono molto ottimista".

Il futuro non sembra quindi roseo per i tibetani. Pechino per ora non dà segni né di cedimento né di voler dare al capo spirituale tibetano il visto per un suo primo viaggio in Tibet. Sembra infatti che per i cinesi sia fondamentale e pregiudiziale un preciso segno di sottomissione del vecchio nemico, per esempio una sua visita a Pechino, oppure un formale riconoscimento della Cina quale madre patria di tutti i cinesi, tibetani compresi. In verità i punti su cui da sempre si arenano i colloqui segreti riguardano il divieto di rientro della diaspora che vive all'estero - circa centotrenta mila tibetani portatori del virus della democrazia - la definizione dei confini del Grande Tibet e lo status dell'attuale Panchen Lama, il Buddha della infinita luce, seconda autorità della scuola tibetana buddista dei Gelug-pa. Pechino ha infatti arrestato il Panchen Lama riconosciuto dal Dalai Lama dall’esilio nel 1995, ed ha insediato sul trono di Tashi Lumpo un secondo bambino, costretto alla fedeltà dai cinesi. A questi guai se ne sono più recentemente aggiunti altri. In una intervista al quotidiano francese "Le Figaro", il Dalai Lama si è detto preoccupato anche per l'organizzazione dei giovani tibetani fautori dell'indipendenza del tetto del mondo, da sempre ritenuti teste calde e pronti a penetrare clandestinamente in Tibet per dare il via ad una stagione di attentati contro le postazioni militari cinesi. Una vera e propria Intifada, un martirio senza possibilità di successo, se non quello di offrire il destro al Governo cinese di chiudere una volta per tutte la questione tibetana. Tenzin Gyatso ammette che "ad essere onesto, se la mia posizione dovesse fallire, quei giovani avrebbero il pieno diritto di riprendere la fiaccola e rivendicare l'indipendenza. Bisogna essere pazienti". Infine, al vertice tra Unione europea e Cina, oltre ai dazi e al turismo i rappresentanti cinesi hanno posto sul tavolo delle trattative anche altre spinose questioni. Taiwan innanzitutto, ma non solo. Ai partner europei, Italia compresa, Pechino ha chiesto di non avere più alcun interscambio diplomatico con il XIV Dalai Lama, maldestramente accusato di essere una grave minaccia all’integrità territoriale cinese.

Per lui: non luogo a procedere.

Qui finisce il mio viaggio a metà strada tra politica e fantasia. Tra una folla di monaci gelug e una selva di arpie, sciapodi, ippogrifi, fauni, minotauri, draghi, basilischi, idre, unicorni, grifoni, manticore, ansisbene, sfingi, cinocefali, aspidocheloni, blemmi, tigoni, yeti, dodo, mokele-mbembe, mobot, ogopoghi, grifoni, Storsjoodjuret, insetti radiocomandati e vermi giganti. Simboli dell'oggi. Molte potrebbero essere le colpe da addossare ai tibetani di Dharamsala. Ingenuità, perseveranza nell'errore, scarso senso del pragmatismo. Ma in primo luogo vorrei che fosse chiaro che non me la sento di giudicare. Non loro. Per carità. Non si affronta mai un topos come quello tibetano senza cadere nell'illusione, nel tocca & fuggi del semplicismo, nel bianco contrapposto al nero e nella scarsa capacità di prospettiva. Loro, i tibetani di Dharamsala, lottano anche più del saggio poeta Milarepa sul monte Kailash. Lottano per salvare il loro popolo dalla diluizione. E poi, riflettendo bene, al popolo del Tibet va tutto il mio amore e la mia dedizione, oggi come ieri. E se dovessi peraltro trasformarmi in uno sbrodoloso giudice e sotto tortura trovarmi stretto nella maledetta situazione di emettere sentenza politica di condanna o assoluzione nei confronti del Dalai Lama, beh, cari miei, non avrei dubbi. Per lui: non luogo a procedere. A prescindere. Campa a lungo Oceano di Saggezza, il mondo ha bisogno di te. Ti aspettiamo qua, tra i terreni disastri, per vederti guidare le truppe dell'esercito del venticinquesimo re, un esercito che sconfiggerà i nemici del buddismo e diffonderà in tutto il mondo l'utopia di Shangri-la, tanto a lungo nascosta nella catena dell'Himalaya. Noi qua stiamo ad attendere che venga il sospirato momento per te tanto atteso, quando potrai finalmente dare l'iniziazione di Kalacakra a Pechino.

 

PER APPROFONDIRE:

 

Tibet di Piero Verni

Tibet. Ai confini con il cielo tra natura e spiritualità di Piero Verni e Massimo Bocale

Il Tibet nel cuore di Piero Verni

Dalai Lama. Biografia autorizzata di Piero verni

Ultimo Tibet di Piero Verni

 

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permalink | inviato da il 7/11/2006 alle 11:43 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
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